domenica 12 gennaio 2020


La voglia di scrivere, in queste settimane, è pari a zero. Causa due perdite per me molto importanti.

A presto.


sabato 28 dicembre 2019

"Quattro vite speciali", di Mariella Biagini e Chiara Zucconi



E' sempre difficile scrivere due righe riguardante un libro. 
Specialmente se, in questo caso, una delle due autrici è una mia cara amica ed è alla sua prima esperienza, la paura di scrivere giudizi di parte o negativi è sempre presente. Dovrò utilizzare una faccia da poker alla Marco Belinelli duante i suoi anni migliori in NBA per la realizzazione di questo post e non cadere in tentazione.  

"Quattro vite speciali" parla di quattro donne che, pur non conoscendosi, affrontano insieme un viaggio per risolvere i loro problemi della vita. Collaborando, nonostante il passato che si lasciano alle spalle e che di tanto in tanto ritorna. (Lo so, Chiara, riassunto molto striminzito. Ma non amo fare spoiler, motivo in più per spingere le persone a procedere all'acquisto, è il mio "modus operandi"). 
Se c'e una cosa che amo dei libri, però, è di come ti capitano tra le mani al posto giusto e al momento giusto, quando si dice "tempismo". 

L'ho trovato molto scorrevole, visto che l'ho letto in mezza mattinata mentre ero a fare le solite flebo in ospedale qualche giorno fa. L'ho gustato, assaporato in ogni sfumatura senza immedesimarmi nei personaggi perché...beh, sono un uomo. Ma mi ha fatto rivivere l'idea di dover "prendere e andare", senza conoscere nessuno. Come quando anni fa nel mese di Dicembre, speranzoso, avevo fatto i salti mortali in questura per realizzare il passaporto e poi, mese dopo mese, anno dopo anno, nel 2019 è ancora privo di timbri. 
Senza nulla togliere ai viaggi passati fatti in dolce compagnia, sono tornato indietro nel tempo al 2007. Dove senza conoscere nessuno e senza amici (e senza aria condizionata da Bologna, credo, fino a Lecce) avevo pianificato il viaggio Udine-Nardò. Non per andare a ballare in Puglia come canta Caparezza, ma per risolvere alcuni problemi che avevo nella mia mente e che solo io potevo risolvere. Con la spensieratezza di un turista come le quattro protagoniste alle Isole Cayman, ma con l'occhio vigile per capire cosa fare di me e del mio futuro: Nel mio caso, avevo appena finito il mio percorso scolastico ed ero entrato in punta di piedi nel mondo del lavoro come operaio. 
Ricordo ancora le chiacchiere fatte con una signora a me molto cara e che mi ha aiutato tanto in questo nuovo percorso della mia vita. Una discussione in una scura notte salentina tra bicchieri di Negroamaro (non quello del supermercato...quello vero!) dove dovevo ripartire da zero, mettendo in soffitta uno scatolone di decisioni sbagliate quali, per esempio, "istituto professionale e idraulico", affrontando un nuovo cambiamento.  Così come l'infinito pianto liberatorio per accettare le sconfitte scolastiche o della vita stessa. In silenzio, sul letto del B&b che mi ospitava senza dar (para)noia a chi gestiva o agli altri residenti. 

Come una tappa obbligatoria nella vita. Un passaggio carico di consapevolezza e responsabilità per le decisioni prese.




Parlavo di tempismo nel leggerlo. Quante volte progetto di prendere e andare, prendendo esempio da un cugino che sta a Fuerteventura o un'altro a Miami. 
La sera prima d'iniziare il libro è stata la classica giornata da dimenticare, dove tutto era andato storto, volevo gettare la spugna e dar vita al desiderio spesso presente in ognuno di noi. Dalle mie parti si dice "Voie di lâ vie", "Voglia di andare via". Che si, ha lo stesso significato. Ma per noi friulani, così legati alla nostra terra è un coltello a doppio taglio. Consapevoli che tante piccole cose che abbiamo qua non le troviamo da altre parti. La mia fortuna è che, anche se sono nato e cresciuto qui, sono un meticcio (evidentemente il cane, come animale, è il mio spirito guida) di due regioni. Come un fiume che verso la foce si ramifica in più bracci, anche le esperienze passate della mia famiglia si ramificano in più regioni e più esperienze anche all'estero e di conseguenza questo sarà il mio futuro. Cittadino del Mondo -Mia madre stessa, durante il terremoto del 1976, senza conoscere nessuno, dalla provincia di Torino ha mollato tutto per venire a soccorrere i terremotati come volontaria, o mia nonna paterna nata in Italia ma cresciuta in Francia...l'elenco è lungo-. 
Se devo anestetizzare tutto ciò che mi crea confusione organizzando un viaggio come racconta il libro, con altre tre persone (a prescindere se amici o amiche)? Nel mio caso no. I miei viaggi terapeutici vanno da una a due persone. Ma è una terapia, anzi, un'esperienza che consiglio a tutti: Chi di noi non è estremamente stufo quando le cose non vanno come dovrebbero andare? Dei vari vampiri energetici che ci spolpano energia solo per potersi ricaricare lasciandoci sfiniti (e pure coi sensi di colpa)? O semplicemente di avvenimenti gravi che ci mettono i bastoni tra le ruote. Problemi ben più seri e importanti.

La risposta? Prendete e andate, senza paura! Mi viene in mente la prima puntata di Perdipiave e soprattutto l'introduzione ad essa con le parole di Lele Marcassa:  "Perdersi, invece di ritrovarsi". Proprio perché i viaggi servono anche a questo, a livello introspettivo.


L'idea di unire Bianca, Anna, Enrica e Giulia (le protagoniste) dal nulla; in un nuovo gruppo di amiche partendo da zero l'ho trovata perfetta. D'altronde è risaputo: cerchiamo sempre di trovare conforto tra le parole degli amici a noi vicini, ma gli stessi sono di parte. Capaci di donarci una spalla su cui piangere o dandoci ragione anche se siamo nel torto, oppure (come accade nel mio caso) cazziarci per idee surreali da fare insieme (Quando propongo a mezzo mondo di fare la patente nautica, andare a vedere l'alba in cima al monte Matajur o qualsiasi altra folle idea mi passa per la testa. "Ma ti droghi/Hai fumato/Tu non sei normale" sono le risposte standard). Gli estranei, persone con cui non abbiamo confidenza sono neutrali. Non vedono in noi un amico ma una persona X e come spesso accade ci donano le risposte migliori. Risposte che a volte fanno male o facciamo fatica a digerire, ma comunque reali. Giuste. 


Spetta solo a noi, riprendendomi al giocatore di basket nominato nell'introduzione, avere le "Huevos grandes" (come dicono in Spagna) e affrontare i cambiamenti della vita. A costo di dover stravolgere piani e abitudini per affrontare un viaggio, un percorso di maturazione interiore assieme a chi è uguale e diverso a noi.


In quanto di parte, non voglio recensirlo ulteriormente o svelare i pro e i contro del libro. Le recensioni, come dico sempre, le lascio fare a chi di dovere. Queste sono solo riflessioni di un "avido lettore" (come mi chiama Chiara) che i suoi viaggi terapeutici li fa aprendo un libro. Come in questo caso.

Sperando, prima o poi, di riuscire a mettere un timbro "reale" in quel maledetto passaporto sommerso dalla polvere.








mercoledì 25 dicembre 2019

It's fuckin' Christmas time...again!




Sono le 8.30 del mattino.

Il sole risplende sulla casa di fronte camera mia, rendendo così quel classico giallo ocra (credo, non ho ancora fatto colazione quindi non ho ancora connesso il cervello) ancora più luminoso. Il cielo è sereno, neanche una nuvola in cielo e per una volta sono a casa -evitando, cortesemente, commenti e paragoni lavorativi. Non è una gara di virilità col righello in mano per vedere chi sta messo meglio o peggio: Il lavoro perfetto non esiste per nessuno e, come si dice in friulano "Ognun al bale cun so agne"- 


(un po' d'ironia in marilenghe ci sta!)


Eppure sento che manca qualcosa. Vedo sul telefono la data del 25 Dicembre. Whatsapp da un paio d'anni entra nel vortice del "Anche a te e famiglia" già dalle prime ore del mattino. Bel dramma, per uno che vuole aggiornare la squadra di Dunkest (Fantabasket). 
"It's fuckin' Christmas time again", mi ricorda cantando il comico dei Monty Python Eric Idle. Ma il Natale, quello vero, non lo sento da anni. 
Per una volta cerco di riassaporare quello spirito di unità e sorrisi che, almeno per me è andato via via a perdersi nel tempo. 

Innanzitutto associo il Natale alla famiglia e ai momenti passati insieme. Con mio nonno qua in Friuli quando era ancora vivo e con zii e cugini a ovest, in provincia di Torino. Ma andiamo per ordine cronologico.
Il primo ricordo di questa festività è legato ad una sera buia, in sala da pranzo/salotto. Illuminata solo dal caminetto e qualche candela. Ero seduto sulle gambe di mia madre che aprivo quello che era penso il mio primo regalo da "cosciente", forse avevo quattro o cinue anni. Era un camioncino dei pompieri della lego, che dopo averlo montato ha avuto vita breve (provando penso per la prima volta il senso di colpa, ipotizzo). 
C'era collaborazione. Anche negli addobbi. Ora sono una persona minimalista, meno cose ci sono a casa meglio è: Il vuoto da libero sfogo all'immaginazione, mentre il tanto crea confusione. 
Ma mi piaceva fare il presepe. Non tanto per ricreare la scena nota a tutti (anche se come tutti i bambini ero inizialmente nel team "Cacca al diavolo, fiori a Gesù". Poi crescendo i punti di vista su quella che è definita religione e chi li rappresenta sono cambiati), quanto per andare sul monticello del paese assieme a mio nonno a recuperare il muschio. Quello vero, fresco! Dall'interno dei mattoni forati presenti in un vecchio muro. Portavamo a casa sempre due borse di plastica della spesa belle piene. Una per noi e una per lui e la nonna. 
Passare per stradine secondarie, nascoste. Agli occhi di un bambino un folto bosco sembrava una foresta ricca di misteri e scoperte. Sicuramente l'entusiasmo me l'aveva donato il "topolino" con quelle che erano le storie a bivio. Il tutto ritornando a casa e montare pezzo per pezzo, personaggio dopo personaggio questo addobbo natalizio. Giocando col pescatore e il pastore, forse già avevo capito che bisogna fidarsi degli animali e chi da loro attenzione. Vedere le lucine che davano vita alle case, soprattutto quella azzurra che riusciva a stregarmi ogni volta. Sopratutto per la complicità della carta stagnola che riusciva a ricreare l'effetto acqua. 
Trovavo questa cosa ironica: Per anni ero io ero quello che giocava con i pupazzetti (spesso lego) e una volta l'anno gli adulti facevano altrettanto con le statuine! Ovviamente, col tempo, i miei amici di quella che ora è chiamata "Lego City" andavano a fare visita ai vari personaggi. Non come i Magi con oro incenso e mirra, ma risolvere misteri degni della "Mystery Inc." di Scooby Doo. 

Da amante della pulizia, ho sempre odiato l'albero. I primi tempi ricordo l'albero vero con gli aghi di pino che cadevano. Mi urtava l'idea di vedere tutto quel disordine per terra. Il sodalizio, però, c'e stato per qualche anno complice l'arrivo dell'albero finto e del libro "Cosa fare quando piove", con i personaggi del "Fantastico mondo di Richard Scarry". C'erano dei disegni natalizi da disegnare e ritagliare per addobbare l'albero.
Cosa preferivo però erano quegli adesivi trasparenti da attaccare sulle finestre. Reduce dai vari album delle figurine di quel periodo ero rimasto sorpreso di come un foglio trasparente, se attaccato su un vetro, è visibile da entrambe le parti! Pura stregoneria, agli occhi di un bambinetto! 

La neve!

Cos'è 'sto cielo sereno? I momenti più belli li ho passati quando il mio "anonimo" paese era interamente innevato e mio nonno mi portava in giro sulla slitta! Il mio enorme amico a quattro zampe, Cin-Cin, ricordava Chewbecca, visto il suo folto manto di pelo e la sua stazza (sempre dal punto di vista di un bambino). 
Ricordo per esempio di un pupazzo di neve fatto in giardino e tutt'ora solo al pensiero resto spiazzato dalla grandezza (dal punto di vista di un 35enne), pari a quella di mia madre che, nel corso degli anni è rimasta alta uguale.



Insomma: complessivamente una meravigliosa cartolina di natale ricca di purezza e la bontà presente in tutti i bambini nei primi anni di vita. 


Udine-Torino :

Non avendo fratelli o sorelle posso dire di aver trovato quello spirito di camerata in quelle che erano le "Vacanze invernali", il momento più bello e tanto atteso per uno studente.
Senza nulla togliere ai cugini arrivati dopo verso la fine dei '90, ma in qualche modo visto quanto eravamo e siamo tutt'ora numerosi con l'arrivo di nuovi nipotini, mi viene in mente il paragone con la famiglia McCallister di "Mamma ho perso l'aereo". Che prima della basket mania era presente nella tv di un mio cugino.
Già, prima della "basket mania", perché se ho questa malattia lo devo ai due cugini più grandi che mi portarono d'estate e ogni tanto anche d'inverno al campetto a fare due tiri. Il tempo passava e da bambinetti casinisti siamo passati alla fede Jordaniana. Ricordo, dei tanti episodi, le partite col canestro in camera di uno o dell'altro. Seguite dai regali di dicembre del 1997: Una mia zia ci regalò una videocassetta a testa su tre giocatori: Uno si beccò Shaquille O'Neal, l'altro Michael Jordan e io Grant Hill. Adoravo quella videocassetta e adoravo questo giocatore.
L'altro episodio era il primo All Star Game visto in vita mia, quello del 1996 e una pubblicità (questa) che mi disturbava visto il mio problema con le altezze.
Ovviamente poi i pranzi tutti insieme, le diapositive e alcuni miei momenti d'ilarità con battute che ero solito fare. In quel periodo sembravo uscito da una stand up comedy. Non stavo mai zitto e ogni occasione era buona per fare ironia. Sicuramente era l'armatura costruita per non mostrare determinate insicurezze.

Insomma, un clima di festa ricca di sorrisi. Almeno da quello che poteva percepire un teenager con l'armatura da comico. Citando "I still love you" dei Bluvertigo

"Ho studiato come tutti, perché mi avevano costretto
non ne capivo la ragione
ma ora ti ringrazio, ovunque tu sia.
Qualche volta i miei minuscoli problemi
possono essere state misere cazzate
ma per me erano gravi, ed ora è bello riderne".

Buffo come questa canzone e quest'album sono usciti nel 1995 e come descrive effettivamente quello che era la mia entrata nell'età più complessa, ovvero essere un adolescente.
Mi riporta all'anno successivo: Soprattutto il Natale del 1996, quando mia madre mi regalò il libro "Il diario segreto di Adrian Mole". Mai regalo fu più azzeccato per un dodicenne atipico con il cervello fuori di sede. A leggere le avventure del protagonista mi son sentito meno solo, ricordo ancora come in classe molti erano incuriositi nel vedermi leggere avidamente durante le lezioni chiedendomi poi se potevo prestarlo una volta finito.


Ora, ripensando a questi e a molti altri ricordi passati legati al natale, mi rendo conto che manca la complicità, il senso di famiglia (Pazienza per la neve).  La sensazione del Natale. Almeno per me. Negli anni '90 si respirava l'aria degli anni '90, è strano a definire questa frase. Fatto di alti e bassi ma le emozioni erano comunque vere, non di plastica o ancor peggio di social.
Tutto così materialista. "Solo cose. Non voglio cose", citando Alexander Supertramp.



Anni fa avevo scoperto un gruppo sparito poi dalla circolazione, si chiamava "SpazioBianco". Avevano fatto una canzone intitolata "Natale di Merda". Che in teoria doveva essere il titolo in chiave ironico del post, ma anche il british humor di Eric Idle rende molto l'idea.
La strofa finale recita così*, Ed è quello che "voglio" io, per questo natale. Riscoprire il valore della famiglia sparito ormai da anni. Fare una passeggiata con un amico a quattro zampe, a prescindere se in riva al Tagliamento o su un monticello.
Non rivivere ricordi passati alimentando in me una vana speranza. Ma farne di nuovi usando tutto ciò che ho descritto come base solida per felici momenti futuri.

*"Sta arrivando un altro natale di merda
televisione coi programmi di merda
e non mi frega un cazzo
dei messaggi coi cuori
Se c'e neve qua fuori
sciarpa quanti e cappello.
no, io non sono quello
Tombola sette e mezzo
Forse sembrerò pazzo
ma piuttosto m'ammazzo.
Io voglio solo mia madre
voglio solo mio padre
E voglio solo il mio cane
Senza cori e campane."


Quindi buone feste a tutti voi, iscritti e non. Passatelo bene con i vostri cari e prendete sempre la vita con ironia! A sbuffare si alza solo polvere e siamo esseri umani, non swiffer! E se lo fate...vi prego: almeno non nei commenti qua sotto, oggi è festa e di certo non mi metto a fare pulizie 😂






...









mercoledì 18 dicembre 2019

Prendere la vita un po' più..."Slowly".









Dicembre è un mese devastante per chi come me lavora in un supermercato, tra turni nei festivi e inventari (come l'inventario che faremo il 31 dicembre alle 18.00 o quello classico del 6 Gennaio). A peggiorare le cose è tutta questa fretta, questo clima d'odio che ha che fare con tutto tranne con le festività natalizie (se Dio, il prodigioso spaghetto volantel'invisibile unicorno rosa o chi per loro vorrà, arriverà un post dal titolo provocatorio a tema, ma comunque ricco di valori posititvi).
"Come mai non scrivi più sul blog?" è la frase che mi sento dire con frequenza da persone care, soprattutto da mia madre che di tanto in tanto fa aumentare le visite su questo blog per capire i pensieri e le mosse del figlio. Come una partita a scacchi. O Chess Boxing (Scacchi-pugilato) , visto i dispetti che le faccio continuamente. 

...si, il Chess Boxing esiste. 

Non scrivo più, o almeno non con la frequenza di qualche mese fa, perché il mese di Dicembre e di Gennaio a livello mentale sanno essere deleteri, per un commesso. Riuscire a staccare la spina è sempre più difficile, stesso discorso per dare vita ai vari interessi quali scrittura, lettura e film. Non lo nego, però: Nei momenti di silenzio e senza amplificatore riprendo il mio basso in mano e, senza rompere le palle a nessuno suono in maniera molto intima canzoni quali "Boys don't Cry" dei Cure, "Santa Monica" degli Everclear o quella che più rispecchia il mio stato d'animo: "Same damn life" dei Seether. 
"Stessa dannata vita", tradotto. E in un Dicembre sempre più grigio e piovoso, con tanto lavoro da fare, appartamenti da cercare e regali da fare per le persone care avevo bisogno di un po' di colore e soprattutto, di rallentare. Lentamente. Anche con questo brutto vizio schifoso che ci lega al monitor: Il desiderio erotico delle due spunte blu su whatsapp e della classica "sega mentale" visualizza ma non risponde, dimenticando che se una persona non risponde non è perché sta complottando contro qualcuno, ma ha semplicemente altro da fare. O nel mio caso, soprattutto d'inverno, lavoro e dormo. Quindi caro Mark Zuckerberg, non ti mando una gif natalizia d'auguri. Col cuore, vai pure "affanculo" da parte mia, visto le tante vite che rovini ogni secondo." Non mi avrete mai, come volete voi",  citando i 99posse, anche se il contesto era ben diverso. 

Come spesso tendo a fare in questi casi, cito Guccini: "Scusate, non mi lego a questa schiera. Morrò pecora nera". (A renderlo ancora più credibile la mia "R" simil grattata). 


A venire incontro alle mie esigenze c'ha pensato un app che a mio dire soddisfa non solo la tempistica di un messaggio, ma mette alla prova il mio inglese alla "Ortolani" e fa rivivere quella meravigliosa magia delle lettere, dei classici amici di penna: sto parlando di  SLOWLY. (Citando ironicamente Spaceballs "Pubblicità, promozione...solo così questo blog farà i veri soldi"). 

(Forse ho esagerato: non sono così scandaloso come Rat-man) 




Nel 2019 ormai tutti ci dimentichiamo piccoli gesti di uso comune (oltre l'educazione e il rispetto, ma questo vale solo per alcuni casi umani). L'elenco è lungo. Per citare due esempi, il primo la frase di una mia collega, riconoscente per tutti gli aiuti durante il turno: "Dovrò pagarti una birra in paese, ti lascio pagato al bar o come faccio, a contattarti?" la mia risposta, scontata e col sorriso... "semplice: Din-donn... Ciao, c'e Mirko in casa?". - A mio dire cosa pure buffa, perché per anni siamo stati senza campanello e con l'arrivo di whatsapp l'unica cosa che si sente è la suoneria del telefono con un freddo messaggio "sono fuori". 
Insomma, i primi tempi a casa eravamo come Marge e Lisa Simpson e il Señor Ding Dong, in attesa di sentire il classico suono. 
La seconda abitudine, appunto, è la corrispondenza cartacea. Ora tutto è tecnologico, io stesso mi contraddico perché le tante bozze su questo blog sono salvate e non scritte sul moleskine. 
Troppe applicazioni, tutto è troppo caotico in un mondo che ci chiede in ginocchio di rallentare e tornare indietro, ai bei tempi. Almeno secondo me. 
Spulciando internet, in cerca di qualche app affidabile per dar vita al mio nuovo telefono, ho trovato questa. Cosa mi ha spinto a schiacciare su "download"? Innanzitutto la tempistica "reale". Se mando una "lettera" a una persona, a prescindere se italiana o dello Sri Lanka, sta effettivamente un paio di ore se non giorni. E in tutta onestà non potevo chiedere di meglio. Proprio in questo periodo da "Bianconiglio di Alice". 

Perché la consiglio? A mio dire ho trovato, fino adesso, molte persone splendide. Per rispetto non faccio nomi tanto meno graduatorie. Siamo persone e se c'e una cosa che odio nella vita è chi fa distinzione tra amici di serie a e serie b. (Dico "amici", ma ci sono molte categorie che si comportano così nella vita). Siamo tutti uguali e il rispetto che provo per ciascuna di loro è sullo stesso livello. 
Persone buone, che non s'incazzano se non rispondi subito ad un messaggio anche perché una lettera può arrivare anche a distanza d'un giorno. La risposta poi è ricca di sorrisi e novità (o spiacevoli notizie. Siamo persone, non automi dove ci convinciamo perennemente che tutto va bene). Esseri umani che collaborano in qualche modo, che sanno quanto è vasto il mondo e non se la prendono se X scrive a Y o a Z. Un clima di pace. 

Il secondo punto sono le lingue. Spesso tendo a scherzare sul mio inglese maccheronico alla "Ortolani". Va detto, per una volta senza sottovalutarmi, che questa nuova lingua nel 1993 quando ero in terza elementare mi aveva aiutato a risalire a galla coi voti. Nuovi stimoli e tanti "excellent" portati a casa con fierezza. 
Amo l'inglese. Merito dei Monty Python, delle canzoni straniere e allo stesso tempo delle serie tv sottotitolate. Restando nella famiglia del circo volante, le due stagioni di "Fawlty Towers" mi hanno donato molte risate, complice anche il cameriere spagnolo Manuel che in quanto inglese...beh, crea simpatiche gag e facili misunderstanding, come si può vedere dal link. Menzione speciale per i tanti stand up di comici inglesi e americani facilmente reperibili su youtube. Italiani...prendete esempio da loro per farmi ridere. Grazie. 
Sto avendo delle corrispondenze costruttive da varie parti del mondo, senza nulla togliere ai miei amici connazionali. Sentirmi "vivo" e stimolato utilizzando una lingua che spesso la spreco per richieste dei turisti di passaggio in negozio o durante i concerti, quando dietro alla bancarella del merchandise c'è uno della crew del gruppo. "How Much? Size?" .
A rendere più divertente il tutto è uno dei miei tanti "alter ego" televisivi, Sheldon Cooper. Come lui amo le bandiere, molte di esse sono ricche di significato oltre di colori e mi mettono gioia e curiosità. -Piccolo flashback, senza Howard Wolowitz che fa l'effetto sonoro: In seconda elementare, se non erro, avevo un diario con le bandiere dal mondo con tanto di spiegazioni e caratteristiche-. 

Spero, con il 2020 d'imparare alla buona almeno le basi del portoghese (sia del Portogallo che portoghese brasiliano). In qualche modo è una lingua che mi attira da qualche tempo a questa parte. Lo stesso discorso vale per lo sloveno. Abito non poi così distante dalla Slovenja e ai tempi d'oro vedevo le partite di basket sui loro canali. Ricordo ancora nel 1999 qualche partita d'eurolega o il film "Eddie", con Whoopi Goldberg in inglese sottototitolato in sloveno e qualche puntata di Friends. Quindi perché non unire l'utile col dilettevole, imparando pure qualcosa di nuovo?

A facilitare il tutto sono gli interessi: Mai avrei pensato di parlare della bellezza della mia regione con persone di Hong Kong, della Turchia, Filippine o dello Sri Lanka (per citarne un paio).
Per non parlare del mio birdwatching casalingo apprezzato e condiviso da più di qualche persona, specialmente connazionale. Mi sento meno solo e più compreso!
Cosa ancora più piacevole tener vivo l'interesse per la musica e la lettura.  Ovviamente quando si crea un profilo gli interessi sono la base, l'ABC per iniziare un dialogo tra persone nuove.
Ancora più saggio è l'icona che ti raffigura: Un avatar disegnato che ti rappresenta in base ovviamente alle tue caratteristiche fisiche, come quando, sempre alle elementari, ti davano l'indirizzo di un bambino per la corrispondenza e dalla descrizione dovevi assemblare il tutto con un po' di fantasia.


Questa scoperta, per me, è il regalo di Natale anticipato. Nel periodo delle superiori la cassetta della posta era sempre ricca di lettere provenienti da varie regioni d'Italia, merito dei vari annunci anche presenti su riviste quali "Tutto! musica" e tutt'ora riesco a portare avanti alcune di quelle favolose corrispondenze. Dico favolose perché nel corso degli anni è nata una splendida amicizia e trovo molto dolce e riflessivo l'evolversi di una persona. Dalle prime lettere fatte d'interessi e risate alle esperienze di vita e lavorative, sbocchi creativi e via via dicendo. Quando il "pezzo di carta" è veramente sinonimo di maturità, lontano insegnanti che ti giudicano per dimostrare qualcosa.



Se volete scaricare l'applicazione ecco il link: https://www.getslowly.com/it/












                                                           





venerdì 22 novembre 2019

Quanto può durare un momento?




Questo post è un paradosso mentale, il mio paradosso mentale. 




Tutto è iniziato una mattina, quando come spesso accade vige il silenzio tra le mura di casa e siamo solo io, la mia solita tazzina di caffè della Slovenja regalata da una cara amica durante un viaggio e il mio giardino, osservato dal salotto.
A volte buio, a volte sereno ma con una presenza costante di cui non posso farne a meno: uno stormo di uccelli che spesso non arriva alla decina. A volte sono cinciallegre, altre cinciarelle oppure passeri comuni e pettirossi. Per esempio qualche anno fa vedendo tutti questi cambiamenti, mi son messo a fotografare il giardino per notare come qualcosa che è quotidianamente sotto i nostri occhi, cambia costantemente (QUI il video, l'idea ovviamente l'ho presa vedendo il film "Smoke" da cui ho preso spunto e il dialogo). 
Il silenzio e queste immagini mattutine spesso sono "momenti" fondamentali, nella mia vita. Mi fanno sentire l'unica persona al mondo, "The last man on earth", e questo vale come una carta bianca su cui dipingere o fare qualsiasi cosa, riguardo una giornata che ancora non è nata. 
Ma non sempre va come ci aspettiamo. Soprattutto per chi, come me, ha la sindrome del "Bianconiglio di Alice" ed è troppo tardi per fare qualsiasi cosa. E la colpa, come spesso accade, la diamo ad una frase: 

"Hai un momento?" 

E qua si arriva al paradosso mentale. 
Perché si, questo post è presente nella mia mente da circa un paio di giorni. Ma non avevo mai un "momento" di tempo per mettermi seduto e scrivere quelle tre/quattro ore buone che ci vogliono per realizzarlo. Eppure momenti, nella vita quotidiana sono sempre presenti, quindi perché non li ho sfruttati, se li avevo? Fa molto "Paradosso del barbiere", in qualche modo e presa molto alla larga: "In un villaggio vi è un solo barbiere, un uomo ben sbarbato, che rade tutti e solo gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Chi rade il barbiere?".
Tutto questo perché siamo vittime di distrazioni, a mio dire. Quante volte a lavoro capita a tutti noi di concentrarci su una determinata azione e sentirsi rivolgere questa domanda, perdendo magari il ritmo di lavoro/produzione (per chi è fissato come me) oppure quei momenti dove, quando si è concentrati da un film uno parla sopra e ti obbliga a mettere pausa quella decina di volte che un film di Jim Jarmush si affloscia trasformandosi, complice la disattenzione continua, in qualcosa come "Alle dame del castello piace fare solo quello". Arrivando alla conclusione di borbottare, schiacciare il tasto stop e rimandare la visione a data da destinarsi.
Probabilmente in questi e molti casi la colpa è in entrambi i casi, di chi interrompe per abitudine e svogliatezza di fare determinate mansioni e di chi, sicuramente, è incredibilmente severo e avido con se stesso, prima che con gli altri. Una versione intima ed egoista dei "signori grigi" di Momo, romanzo di Miachael Ende dove, invece di rubare il tempo, avidamente lo tengono per se in quanto prezioso.


Ma non sempre i momenti sanno essere negativi, ovviamente a prescindere dai vari punti di vista. Per esempio grazie ad alcune riprese effettuate in slow motion in questi giorni (e che posterò a fine video), gli amati uccellini -in quest'occasione cinciallegre e un pettirosso vanitoso- mi hanno donato istanti di pace. Dei secondi eterni rigeneranti.
O quei momenti da "Forrest Gump" che spesso mi contraddistinguono: Momenti ricchi d'ingenuità e comprensione di un momento. Vedere le cose per come sono in quell'istante e molte volte pure distorte, solitamente diverse dalla massa. Come un cappello oppure un boa che digeriva un elefante. Facendo riferimento a un libro, "Il piccolo principe", che mi ha accompagnato durante la mia infanzia e gentilmente regalato durante il mio periodo delle elementari da mia madre. 



Momenti simpaticamente contagiosi, come quando dopo averla accompagnata alla stazione per il suo recente viaggio a Fuerteventura le ho detto "Viste le foto scattate a tradimento e presenti nei nostri computer...impara da Barney della serie tv "How i meet your mother", mettendoti sempre in posa". Notando, tra le nostre risate, un meraviglioso sorriso di una giovane pendolare che ci affiancava. Probabilmente amante della serie.
 Senza andare troppo lontano quei primi attimi neanche tanto d'innamoramento, quanto di sguardi ricchi di complicità anche tra due estranei. Quel mix di sguardi e sorrisi che tra due sconosciuti durano probabilmente tre secondi d'orologio, ma che riescono a fermare il tempo ad uno (o una) dei due, pensandoci pure su di notte con il classico dei "e se".
Come dico sempre "la lista è lunga", ma sono uno che spesso vive di queste cose. Entrando in stand-by, guardando il vuoto o ciò che ne circonda e assaporando i sapori e le emozioni di quell'istante. Come poco fa, quando la mia vicina di casa aspettava il ritorno del pulmino della scuola dopo il giro nelle altre frazioni, per salutare suo nipote con enfasi, come faceva mio nonno più o meno nei miei cinque anni delle elementari.
Attimi di follia, come quando penso alle battute da dire agli amici e ritrovarmi a ridere da solo (che non so se è divertente o se fa preoccupare). Come ieri, dove pensavo alla frase da dire ad un mio amico dopo la consegna del suo regalo di compleanno: "L'idea è nata da un brainstorming dall'una di notte fino alle due, ascoltando a ripetizione "Pazza idea" e "Cuore matto" ". E la sua reazione non tanto alla battuta, quanto allo spacchettamento. Uno che come me ama tra le tante cose sia i videogiochi quanto i film e si ritrova una t-shirt con Renton (Trainspotting) che esce...dal tubo di un livello di Super Mario Bros! Avrà riso per un minuto e mezzo d'orologio, faticando a dire due parole quali "Grazie, ragazzi!" che a dirle, come avrete letto, si sta effettivamente...poco!



(Ammettetelo: State pensando "Mirko, regalami una t-shirt con miei interessi amalgamati insieme, come i tuoi post!)
Oltretutto...l'avevo detto in questo POST che amo spremere internet come fosse l'arancia più succosa per la spremuta mattutina. Insomma, vi avevo già avvertito!
O...come questo istante. Dove riprendo una bozza di qualche giorno fa, sedando il "Bianconiglio" in me presente manco fosse il soggetto della canzone "I wanna be sedated" dei Ramones. Sfrutto il tempo morto prima d'iniziare un turno lavorativo e mi lascio trasportare dal ticchettio delle mie dita sui tasti della tastiera. Con una playlist adatta alla situazione che, per chi è al pc può trovare qua a lato oppure in alternativa cliccando "QUI".


In attesa dei vostri momenti indimenticabili positivi o negativi (e non parlo di cose prevedibili quali "matrimoni", "primi baci con compagni / compagne", la lettura veloce di un messaggio fraintendendo il significato e simili...per farvi un esempio e, anche se virgolettato è tutto vero:"la prima volta che ho assaggiato il mango in vita mia: Ricordo con esattezza la festa di sapori presente nella mia bocca in quell'istante e come dico sempre, l'invito l'ho ricevuto all'ultimo momento perché non ho facebook"), vi giro i due video citati nel post. Video in slow-motion. Dove sono riuscito a "rallentare" brevi momenti di due meravigliosi ospiti colorati e ammirare la loro bellezza, i loro colori e il loro sbattere d'ali.








Trasformando così un istante in un lungo "loop" che si ripete. 















mercoledì 20 novembre 2019

Post/Tutorial: Come si diventa "Joker"? Il punto di vista della cavia umana. 🃏




Piccola introduzione: Non ho ancora visto il film di Todd Phillips, tantomeno è una fan-fiction. Questa è solo un insieme di idee e riflessioni associate al sottoscritto nate durante una giornata lavorativa, complice anche il post riguardante Batman che ha lasciato in sospeso l'argomento Villains (gli antagonisti).
Inizialmente volevo centrare quest'argomento sui miei preferiti di sempre, ovvero lo Spauracchio/Scarecrow e L'enigmista. Citando il commento di Moz "Batman ha una trama profonda. E nelle pieghe delle metafore che racconta (con Robin, Joker e Catwoman) ci si può ritrovare", volevo riprendere proprio da qui. Esternando il "Joker" che c'è in me.  Perché è risaputo: Non c'e cattivo più cattivo di un buono, quando diventa cattivo. E anche io, se mi metto so essere "pericoloso", nei miei momenti di follia. Follia a tratti ingestibile per incomprensioni o semplicemente buona, quando mi prende "l'ora del matto" e inizio il mio classico freak show da cabarettista fatto di scherzi e battute degne di Jack Napier ( o Arthur Fleck, per chi di voi ha visto il film del 2019)
Una sorta di "Yin e yang" presenti in tutti noi, qualunque cosa ha il suo opposto. Come i miei sbalzi d'umore noti a molti. 


La cosa buffa, restando in tema clownesco, è che tutte queste idee sono partite da un gioco di riflessi a lavoro. La mia lunghezza di capelli sempre più ingestibile e pettinati "tirandoli indietro" proprio come il protagonista di questo post mi ha subito acceso la classica lampadina come punto d'inizio o meglio: La mia mente aveva già realizzato il post e questo folle progetto ai danni non di Batman, ma di voi che lo leggerete (e osserverete i video postati passo passo). Ed è stato praticamente pianificato mentalmente in poco tempo, giocando ovviamente con la mia passione cinematografica. 
Guardandomi serio, per un breve istante e se vogliamo perplesso sul pensiero "le pause caffè le faccio sempre da solo". 
E' vero, sono uno dalla battuta pronta. Ma quando c'e da lavorare in me è presente quel broncio riflessivo che mi porto appresso fin da bambino e sempre presente nelle prime foto. Non da persona incazzata col mondo, sia chiaro, ma vigile e metodica sulle varie mansioni che devo fare nel corso del turno. Il tutto ovviamente in silenzio con i miei pensieri. Col tempo sono riuscito a smussare questo mio difetto, per correggerlo ancora ce ne vuole. Ma si sa, quando si lavora a contatto col pubblico, soprattutto in passato mi son sentito dire appunto "Sorridi un po' ", con il desiderio, citando il trailer parodistico qua sotto, di rispondere "Chiedimi perché sei così serio". 






 Ma nonostante tutto, visto che in comune con Giovanni Storti tendo ad avere un indole da "bastardo e pignolo" (si, se ve lo chiedete mi preoccupo anche per l'euro nel carrello), posso dire che la mia pignoleria assieme alla mia già citata etica lavorativa mi permette di lavorare bene. Seguendo schemi e ordini ben precisi dettati dalla mia mente, come un calmante. Paradossalmente parlando i miei turni di lavoro sono le mie ferie, perché non c'e nulla di terapeutico che seguire una tempistica nel caricare determinati prodotti e se avanza tempo "mostrare bene l'etichetta". Una pignoleria che nei primi giorni di lavoro quando ero ancora in prova, aveva lasciato di stucco il mio tutore in quell'occasione. Evito l'espressione colorita che aveva detto guardando una corsia maledettamente in ordine, in quanto siamo friulani e spesso le nostre punteggiature o intercalari sono imprecazioni. In quel preciso momento avevo capito che il mio essere puntiglioso poteva giocarmi a favore, per una volta. Insomma, citando un noto personaggio di un film "ci stavo come un pesce dentro l'acqua". 
Non sempre però le fissazioni portano a buon fine, sia chiaro, non sono un malato compulsivo cronico. Tutti abbiamo alcune fisse, chi più chi meno (Fatemi sentire meno solo, le vostre quali sono?). 
Per ogni "Batman" presente in me che ripiega con cura un vestito di lavoro come il suo costume, c'è un Joker disordinato. Un disordine ordinato, più che altro, per spezzare la routine. Per non parlare della tovaglia messa perfettamente su determinati angoli, dvd messi in ordine cromatico, libri dal più grande al più piccolo e cd in ordine rigorosamente alfabetico (Anche se i Pagoda dell'attore/cantante Michael Pitt ora inspiegabilmente stanno tra i Faith no More e la colonna sonora del già citato prima Forrest Gump...anzi, erano). 
Ovviamente sono piccoli dettagli che, se accentuati e accumulati (ad altri punti spiegati qua sotto) danno carta bianca al mio lato casinista e rancoroso, alimentando il villain che è in me e che per logica tengo buono con immaginarie dosi di mescalina. O, per togliere quell'espressione perplessa dalle vostre facce dopo la frase che avete appena letto... "lo tengo in catene", come Lisa Simpson tiene in catene la sua versione casinista. Meglio?
Sta di fatto che sono piccoli dettagli che abbiamo tutti e non fate finta di niente: Per esempio, pensavo di essere il solo a casa a odiare, che dico, perdere la pazienza nel vedere quei cucchiaini da caffè perché sono...troppo piccoli. Con molta ironia chiedo sempre un cucchiaino "da maschio", creando risate in tavola. Scoprendo poi che effettivamente anche mia madre non li sopporta ma "si porta pazienza", visto che quelli che ci hanno accompagnato da sempre in questi anni a casa sono magicamente spariti.
Almeno non arrivo (ancora) ai livelli di Howard Hughes, qua magistralmente interpretato da Leonardo Di Caprio nel film "The Aviator".

Il passo successivo sono alcuni momenti di solitudine. Quando la giornata sta per finire e hai bisogno di stare con te stesso. Ci sono tanti interessi pronti a distrarti, quali la lettura, le partite NBA (ora che è ricominciato il campionato) e di conseguenza il fantabasket. I film, il basso o il blog stesso, per non parlare dei momenti in modalità orso in letargo.
Ma quando non riesco a fare tutte queste determinate cose inizio a chiedermi "Perché", creando i peggio pensieri che il proprio ego può far nascere nelle nostre menti. Per quanto può sembrare duro accettare questa realtà, è presente in tutti i noi. Scrivere (o leggere, nel vostro caso) la classica frase "chi me l'ha fatto fare", che è presente in noi come un parassita, è doloroso come un pugno in faccia che nessuno si aspettava. Duro a scriverlo, duro ad ammetterlo una volta che avrete finito di leggere e vi ritroverete da soli con i vostri pensieri. Knockout generale.

Pensieri pressapoco simili a questi. Già. (Tratto dal film "revolver")



La fase finale è l'accumulo di tutte queste piccole cose. Passo passo. A rendere il tutto più difficile e per molti pure divertente, visto che si parla di Joker e come spesso accade sono noto ad avere mimiche facciali buffe, quando m'arrabbio (Da fare invidia a Frank "Faccetta buffa" Drebin della saga "una pallottola spuntata", con cui in passato condividevo questo soprannome); è il fatto che sono di segno zodiacale del toro. Insomma: una pentola a pressione notoriamente pronta ad esplodere dopo aver accumulato per giorni rancore.
Morale della favola, qual'è la reazione finale, per una persona notoriamente calma e dalla battuta pronta? La parola ad un altro Frank: L'alter ego di Charlie in "Io, me & Irene".




Il tutto, magari, canticchiando (o suonando nel mio caso) "The Joker" della Steve Miller Band, con una faccia ironica e provocatoria mentre faccio, tra i fischi ricevuti manco fossi Tony Clifton, la mia uscita di scena...



"...'Cause I'm a picker
I'm a grinner 

I'm a lover and i'm a sinner
I play my music in the sun

I'm a Joker,
i'm a smoker
i'm a midnight toker
i get my lovin' on run..."



(Adesso però fuori gli altarini, non tirate il sasso e nascondete la mano: Quali sono i momenti "in crescendo" di una vostra giornata che danno vita al "Joker" presente in voi, rendendovi così dei "buonisti col mitra"?)







martedì 12 novembre 2019

"Gioco come sono", di Luigi Datome con Francesco Carotti



Caro Gigi

Ho letto il tuo libro e pensavo di "recensirlo" così sul mio blog, come una lettera scritta dal più classico degli ammiratori sportivi al suo beniamino. Una lettera/post che difficilmente leggerai perché non ho i social noti a tutti che mi permettono di condividerla, ma la fantasia e la creatività sono validi alleati. 
Innanzitutto ti rassicuro: non sono uno dei tanti mitomani da te descritti. Nel mio piccolo, da 35enne, ho avuto dei brevi momenti di gloria emozionanti come tutti gli amanti del nostro sport, quindi so la fatica e il sacrificio che hai messo nel tuo percorso lavorativo per ottenere risultati nonostante la diversità delle prospettive, anche se mi sono fermato alla categoria under 21 provinciale giocando in squadre locali, scaldando panchine e sbucciandomi ginocchia per ogni palla recuperata, da buon gregario. 

Posso dire con piacere che sto parlando bene a vari amici e conoscenti delle parole da te usate nel raccontare la tua storia, spero che questo passaparola li porta ad acquistare il tuo libro o al limite chiedermelo in prestito, anche per l'enfasi che metto nel descriverlo che è pari a quella di Flavio Tranquillo durante le telecronache della nazionale da te capitanata. Questo perché ne parlo non solo ad amici che masticano qualcosa di pallacanestro, ma anche ai vari lettori che, come noi, divorano libri su libri e ammirano questa tua passione. A proposito, grazie per la recensione su Caino di Saramago scoperta "abusivamente" su instagram -visto che non sono iscritto-. Se non era per te non lo scoprivo.
Persone con valori come i tuoi se ne incontrano raramente e come spesso accade quando leggo, ho rivisto nelle tue avventure qualcuno che in qualche modo conosco fin troppo bene: il mio capitano nei tre anni fatti nella squadra che, con alti e bassi, mi aveva svezzato dai tiri fatti al campetto coi cugini e che, destino vuole, aveva ed ha tutt'ora gli stessi colori del tuo Fenerbahçe. Non solo capitano, ma un ragazzino (ai tempi) cresciuto assieme a me ed era pure mio vicino di banco alle elementari. In quel periodo vedevo la pallacanestro come da te descritta nei tuoi 15 anni: Il mio poster in camera non era di Allen Iverson ma una convocazione di All Star che partivano dai Bulls di Jordan arrivando a dei giovani Kevin Garnett ai tempi di Minnesota o delle meteore come Shareef Abdul Rahim. Il tuo idolo per me era come punto di riferimento riguardo l'altezza, visto che ripetevo continuamente "Almeno arrivare a 1.83 come "The Answer" ", fermandomi poi miseramente a 1.76.
Sarò sempre grato al "capitano" Enrico perché come te aveva una leadership innata. Io ero solo un malato di NBA e LegaBasket (quando il "pando" Bonora e "La mosca atomica" Pozzecco si scontravano per lo scudetto). La lavata di capo che mi faceva puntualmente mi riportava alla realtà giocata e non immaginata, anche se per me la pallacanestro era evasione dall'anonimato. Nei periodi scolastici ero il Sig. Nessuno, ma quando giocavo e indossavo la mia canotta col 18 mi sentivo bene, come Superman col mantellino, a prescindere dal minutaggio. 
Il poster della nazionale, come quello della Snaidero Udine, era sempre presente. Leggendo tra le righe del tuo libro, quella del mio poster era la nazionale medagliata "Più forte di sempre", come la chiami tu. Con questo non voglio dire che quella attuale fa pietà, tutt'altro. A parole tue "Ad oggi ogni nazione ha un giocatore che milita nell'NBA" e credimi che si, mi mangio le mani se perdete una partita, ma mi limito tra me e me a battute sarcastiche e finisce li, ricordando le mie piccole sconfitte e di quando potevo toccare il cielo con un dito. La cosa che mi rattrista, a detta della pallacanestro italiana, è ovviamente il minutaggio degli italiani in un campionato dove gli americani spesso vengono presi dalla G-League, e tu sai dove voglio arrivare visto che l'hai scritto. Vedo comunque nuovi prospetti qua e la e sono comunque molto positivo per il futuro azzurro. Da qualche parte il feedback deve pur arrivare, non trovi?
Oltretutto tra i tanti ricordi associati alla nazionale, probabilmente quello più bello è quando vi ho visti a Trieste nel quadrangolare del quattro Agosto del 2014. Parafrasando le tue parole, quando hai la mano sul petto, vestendo l'azzurro e senti l'inno l'emozione provata è incredibile. Posso dire altrettanto da tifoso. Vi vedevo fare il riscaldamento, notavo dall'altra parte un Mirza Teletovic a caso che parlava italiano meglio di me con alcune persone del pubblico e, durante la partita contro il Canada, i due canadesi (tra i tanti convocati) Sacre e il tuo ex compagno Kelly Olynyk che davano un simpatico siparietto ma per le espressioni facciali. Usando le tue parole "Vestire l'azzurro è il sogno di tutti i bambini che si affacciano nel mondo della pallacanestro (e anche degli altri sport)", Chi si è perso per strada come il sottoscritto vede in voi giocatori di puro talento il sogno mai realizzato e vi dona il tifo più caldo...o esagitato. Anche se nel mio caso mi sono calmato nel corso degli anni, per la gioia di chi di solito si siede vicino a me.


Il capitolo da te scritto, "Itaca", dedicato alla tua Sardegna, mi ha aperto gli occhi su tante cose in generale.
Innanzitutto ho notato come voi sardi e noi friulani siamo caratterialmente simili. Testardi, orgogliosi della propria terra e dediti al lavoro, concentrati. Ma una volta rotto il ghiaccio con le persone o gli sconosciuti siamo tutti amici di tutti. Lo so per certo perché nel mio comune c'e una comunità sarda molto elevata. Una similitudine, quella tra Sardegna e Friuli, che noti sicuramente durante manifestazioni internazionali vestendo l'azzurro: Mi ha donato un meraviglioso sorriso vedere la bandiera del Friuli vicino a quella della tua regione durante il mondiale in Cina. Due bandiere identitarie che tu e Dada Pascolo, anche se non era tra i convocati, riconoscete molto bene ovunque andate. La cosa buffa, se vogliamo, è che penso di essere uno dei pochi friulani che non ha con se la bandiera che lo rappresenta (eresia!), in compenso magicamente ho trovato in camera mia una bandiera dei quattro mori, sicuramente donata da qualche amico di famiglia a mio padre che, disordinato com'è, ha pensato di regalarmela senza mancare di rispetto a tutti voi piuttosto di perderla.
Tu l'hai chiamata "Itaca", io la chiamo "Alaska", ripreso ovviamente ripreso da "Nelle terre estreme". Perché dopo alcuni viaggi, come te (e come Alexander Supertramp in questo caso), la pace la riesco a ritrovare nel bel mezzo del verde che mi circonda. Evadere da questa società malata, come la chiamava Alexander Supertramp...

"Alaska Alaska.
Dritto, sparato lassù nel mezzo...nel bel mezzo, cazzo. Solo io e basta, cioè senza, senza un cazzo di orologio, niente mappa...niente accetta, capisci? Stare semplicemente la in mezzo fra le montagne, i fiumi, il cielo." (Parafrasando un monologo tratto dal film "Into the wild")
Leggendo libri circondato dalla natura e scoprire poco per volta posti nuovi nelle vicinanze che aspettano solo di essere ammirati. Anche se a differenza tua non ho instagram per fotografarli e condividerli. 
Spero un giorno di poter visitare la tua meravigliosa "Itaca", come la chiami tu e chissà, integrarmi in questa realtà non tanto diversa dalla mia, se non per l'elemento naturale.



Ce ne sono di cose di parlare, in queste tue 254 pagine...lascio per ultimo questi due punti a mio dire fondamentali:

Spesso hai menzionato lacrime e allenatori: Per un percorso come quello dell'under 21 azzurra che stava per finire o per l'approccio iniziale che hai avuto con la nazionale in giovane età (o quella sera a Detroit da solo con il Cointreau, anche se le lacrime non c'erano).
Ricordo le mie, era l'ultima partita di playoff categoria allievi ( o forse ragazzi?) del 1998. Eravamo in sei, mi son detto "Cazzo, se non mi fa giocare oggi...". Morale della favola aveva chiamato per forza di cose un '85 per avere un po' di polmoni in più. Avevamo perso, io (anche se ero ancora acerbo su certi aspetti), non avevo giocato e non avevo potuto aiutare i miei compagni di squadra al passaggio del turno. Di fronte a me in spogliatoio un mio caro compagno piangeva per la sconfitta. Le mie, di lacrime, le avevo versate per chi non credeva in me. Volevo già alzare bandiera bianca e salutare prematuramente quello che poi col passare degli anni era diventato un gruppo di persone a cui ho voluto e vorrò sempre bene.
A distanza di anni e di tanto odio provato per quel coach, posso solo dirgli grazie. Perché avevo passato l'estate a lavorare sui fondamentali imprecando con una sete di rivincita da fare invidia a molti, non ero un "caschetto biondo che non smetteva mai di palleggiare" citando il tuo ex compagno di squadra Andrea Pecile, ma capelli a parte...poco ci mancava: Il pallone da basket era sempre con me e, come spesso accade, citando un noto slogan di un brand a te conosciuto (visto le tue scarpe gialle) "Impossible is Nothing". Così come il cambio di coach, quella stessa estate, che mi aveva dato il giusto valore fin dalla prima partita .
"Potevo restare li ad amareggiarmi, invece mi sono allenato e allenato. Quando nessuno crede in te, qualunque cosa che fai è positiva", diceva Gilbert Arenas. La lezione l'avevo imparata prima del tuo libro ovviamente (era l'estate del 1998), ma l'insegnamento morale da te ricevuto per quell'occasione passata l'ho imparato solo dopo averlo chiuso una volta finito.

La seconda cosa è che come te, suono anche io (il basso, però). Ci sentiamo sempre dire la solita frase "Mi suoni qualcosa?" e anche qui ti ringrazio per l'empatia trasmessa...



...Serve aggiungere altro?

Non posso far altro che ringraziarti, continuare a consigliare il libro alle persone a me vicine (o a quelle che leggeranno questo post) e consigliarti a mia volta "L'inquietudine delle isole" di Silvia Ugolotti. Vale come l'abbraccio di un tifoso nostalgico d'altri tempi, lontano da selfie e momenti da mitomane. Come quel bambino che ti salutava durante l'allenamento del Fener (Bahçe! ...olè!)

Citando sempre Pecile... "Stai sereno...sempre...!"

Mirko