giovedì 26 marzo 2020

"The wrestler", di Darren Aronofsky



(Questo post è dedicato ad una grande fan di questa disciplina, mia nonna, scomparsa a Gennaio del 2020 e, purtroppo, pure ad un mio caro amico, anche lui appassionato. Siete sempre nei miei pensieri)



Premessa: se alcuni termini sono a voi sconosciuti, fate pure clic qui: Glossario del wrestling. Sono consapevole che se parlo di wrestling su internet rischio la gogna, ma sono pronto e corro il rischio. Il mio punto di vista su alcune cose, è da nipote prima e appassionato poi. Tenete presente questo, poi insultatemi pure. Anche se alla fine vi offrirò una birra e pace fatta. Insomma, pure Stone Cold ne aveva offerta una ad Undertaker!  Detto questo...






Era da tempo che volevo scrivere qualcosa su questo film, rivisto probabilmente per la quarta volta in vita mia.
Non tanto per la trama in se facilmente reperibile nel vasto mondo del web oppure per alcune curiosità (il che probabilmente mi farà aggiungere all'elenco delle persone che l'hanno già fatto), quanto cos'è stato per me avere una nonna che lo seguiva da sempre, dagli anni '70 a poco prima della sua scomparsa e quanto questo mi ha influito nella vita di tutti i giorni, facilitando pure amicizie.
La trama, per chi non lo sapesse, è la storia di Robin Ramzinski, noto ai fan con il ring name di Randy "the Ram" Robinson. Un mito degli anni '80 che, a vent'anni di distanza continua a combattere nelle indy (Circuiti indipendenti) tenendo così viva l'adrenalina e l'adorazione dei fan che ricordano ancora il suo match più importante di sempre contro la sua nemesi, l'Ayatollah. Il tutto da una splendida visione esterna: non quella televisiva che lo spettatore è abituato a vedere da casa, ma i preparativi e i confronti tra i vari lottatori, spesso rivali nelle storyline, sull'evoluzione dell'incontro in se.
Il tutto condito da cosa accade fuori dal ring, dalla "vita vera" di chi ha dato tutto per questa disciplina e fa mille sacrifici per tenerla ancora viva, dal secondo lavoro alla vita sregolata. Dopo un violento hardcore match, un grave problema di salute fa rivalutare molte cose: dal possibile ritiro al rapporto con la figlia. Insomma, dare un senso alla sua esistenza. Ma si sa, il boato del pubblico è sempre troppo forte e the Ram non può fare a meno del ring. La passione è passione.


Con mio grande rammarico, non sono mai riuscito a far vedere questo film a mia nonna. A prescindere dall'età non era mai interessata a ciò che Hollywood propone per tv (a meno che non si trattava di "Hollywood" Hulk Hogan).
A differenza delle sue amiche le storyline proposte dalle varie federazioni erano le sue "telenovelas" (appassionati del wrestling, concedetemi il paragone. Stiamo parlando di una signora anziana!) e spesso le Kayfabe per lei erano buona parte vere. Mi ha sempre fatto tenerezza questa cosa, vista con gli occhi di un nipote. Non era per rovinarle la magia che si era accumulata in lei nel corso degli anni, anzi... per farla rendere ancora più partecipe alla cosa. Ma si è sempre rifiutata. Praticamente avevo una nonna "mark" e ne sarò sempre orgoglioso di tutto ciò. D'altronde mi ero ripromesso, dopo la sua scomparsa, di tenere viva questa passione che la differenziava dalle altre signore anziane di un paesino come il mio.

Anche se avevo una nonna così, il mio primo approccio (da appassionato di basket) è parecchio prevedibile quanto tardivo: Parliamo di uno dei miei giocatori preferiti di sempre, Dennis Rodman, e della sua rivalità sul ring con Karl Malone (accompagnarono rispettivamente Hulk Hogan il primo, mentre il secondo "DDP" Diamond Dallas Page). Era il periodo delle finali tra i Chicago Bulls e gli Utah Jazz e ovviamente, di Bash at the beach del 1998.



Era la prima volta che parlavo di Wrestling con lei, le avevo portato una rivista di basket con la foto di Rodman. "Lo conosci questo?" Non ricordo bene la sua reazione, probabilmente mi parlava del match, ma per un ragazzino di 14 anni che stava scoprendo il mondo (specie d'estate), l'attenzione era una cosa rara da trovare. Anche se la mia memoria, con ironia e senza offesa, viene definita "autistica".
L'interesse durò più o meno poco, come quell'estate. Avevo le partite di basket con la squadra e la preparazione atletica, la scuola e molti altri interessi. Non ero ancora multitasking come lo sono adesso a 35 anni. Ma il destino (e dei compagni di classe casinisti alle superiori, nel boom italiano grazie alla programmazione in differita sulla mediaset) evidentemente aveva molta pazienza col sottoscritto e in qualche modo, voleva indirizzarmi li. Rendere ancora più speciale quel rapporto già unico che avevo con mia nonna.

"Ma che Cena...meglio Lesnar!!" sentivo urlare durante le ore buca in classe e spesso ignoravo il tutto, visto che mi portavo da casa un libro da leggere per passare il tempo. Il loro parlare sguaiatamente e i vari riferimenti a ciò che succedeva durante lo show blu della wwe erano come una sirena, entravano nella testa e non si schiodavano da li. Più o meno come la musica d'ingresso del team wcw "American Males" (perché ho cercato il link...perché!non riuscirò più a togliermelo dalla testa!).
Durante una delle più classiche partite di briscola mi ero fatto coraggio. Mi faceva strano parlarne con mia nonna di questa cosa (anche perché diciamolo: L'idea comune di una nonna è colma di dolcezza e gentilezza, dai modi spesso mansueti), ma è stato più forte di me. "Nonna, senti che ti chiedo, ne parlavano in classe e... Anche a te piace John Cena?" Non era ancora il periodo con la new entry musicale, li il face della federazione era ancora Dr. Thuganomics. Ma, detto con ironia, mia nonna era talmente avanti coi tempi che nella sua mente era già partito il meme a pieno volume che fa da padrone su internet. (crrrrrrrrraapaaadoooo - Birra offerta finita la quarantena a chi l'ha capita e sta tutt'ora ridendo).
I suoi occhi s'illuminarono (in quanto lei è sempre stata pro "Face", i buoni appunto. Sia per la morale e il valore etico e complice il fatto che nella sua vita purtroppo ne ha passate tante, tra guerre e il terremoto del 1976). "Certo!! Devi vedere cosa fanno... lui, Guerrero! Sabato vieni da me che vediamo i match alla tv insieme!"
Credetemi, non erano i vari incontri a catturarmi, ma la cattiveria di mia nonna nell'istigare i lottatori davanti alla tv. La nonnina che preparava la polenta e giocava a briscola si trasformava in una tifosa da fare invidia a molti, quando aveva ancora energia e qualche anno in meno. Inutile dire che da li è nato tutto. La partita di briscola era diventato il "Kick-off prima della puntata". Anche se in quel periodo dovevamo accontentarci della telecronaca di mediaset, molto bambinesca e fastidiosa. Fortuna che, vista la scarsa ricezione, tornando indietro a metà degli anni '90 lei aveva l'antenna parabolica e prendeva canali tedeschi quali DSF e, in inglese, Cartoon Network. Perché Cartoon Network? Semplice, quello che era il mio canale preferito (dopo Viva e Viva zwei per la musica), dalle 21 in poi non trasmetteva programmi per bambini, ma diventava TNT. E su TNT regnava ai tempi la WCW. Anche se Monday Nitro non lo mostravano il lunedì ma il Venerdì. Ricordo ancora i suoi fogli di carta dove c'erano scritti col pennarello i vari orari e i canali.
Poi ovviamente arrivò SKY, con la coppia Posa & Franchini, che con il loro "Ciauuuu" finale, in quel periodo, contagiarono pure mia madre.

Ricordo ancora l'incontro in una fumetteria di Udine con Michele Posa e la sessione autografi. "Non voglio sembrare sfacciato, ma puoi farne uno con dedica? Con scritto "Per la signora Domenica"? Sembra strano, ma...è mia nonna". E il suo vocione amichevole e rassicurante, da dietro gli occhiali scuri ("per dare più carisma e fantomatico mistero", citando Battiato), mi risponde sorridendo "Non è l'unica nonna che mi chiede l'autografo!". Sono piccole cose, ma quando avevo portato l'autografo a mia nonna, successivamente era li appeso, tutta contenta. Ai tempi molte delle sue amiche andavano a trovarla per bere il caffè e spettegolare del più e del meno. Ai lati della tv trovavi le foto appese del papa, l'autografo di Posa, Rey Mysterio e il sottoscritto (seguito successivamente dalla locandina che le avevo portato dal live svolto a Trieste. "Potevi venire anche tu!" "Si...a farmi prendere in giro dagli altri spettatori!" mi rispondeva, ma credeteci: il giorno successivo alle 8.30 del mattino era fuori casa per chiedermi chi c'era e com'era vederli dal vivo. "Eh... (Sospirando), se passavano a Gemona (semi-spoiler, non sono proprio di Gemona) si poteva anche fare!" "Ehm...nonna, non funziona proprio così!". Ma più l'età va avanti, più le lunghe distanze si fanno sentire.


Prima dell'upgrade familiare televisivo (ovviamente pure a mia nonna per forza di cose col tempo si era abbonata a sky), anche se noi eravamo già clienti ma solo di cinema, fa l'ingresso in scena questo mio caro amico. C'incontriamo fuori le scale di casa mia e mi sento dire con timidezza, vista la differenza d'età "mi ha detto il tuo vicino che tua nonna segue il wrestling, è vero o è una battuta?" "Certo che è vero! T'invito sabato a vedere Smackdown da lei". Il resto, poi, è storia.
Mia nonna aveva fatto da tramite in questa amicizia. Ricordo ancora quando assieme a loro avevo visto Wrestlemania 21 nel salotto di casa mia, ribatezzandola "WrestlemEnia", in quanto mia nonna (di nome Domenica), in paese era conosciuta con il diminutivo in friulano di Menia. Era il suo primo PPV. Il nostro, nonna e nipote. Il nostro, mio e di questo mio amico che aveva occhi solo per The Rock.
Poi con lui sempre nel mio salotto arrivarono altri PPV quali (citando i primi che mi vengono in mente, dove riecheggiano ancora le sue urla misto risate per alcuni momenti comedy) Summerslam e ovviamente ECW one night stand.


In questo 2020 alternativo, a distanza di tre giorni l'una dall'altro, queste due persone a me molto care, mi hanno lasciato. Ci hanno lasciato. In qualche modo sarò sempre grato al Wrestling per questo, per ciò che riesce a fare al di fuori del ring; quando si spengono le telecamere e noi comuni mortali cambiamo canale e brindiamo alla vittoria di un match (e, per i lottaori, le varie gimmick restano nell'armadietto).

Ricordo ancora non tanto il dispiacere, quanto l'incomprensione di mia nonna nel sapere che provavo ammirazione verso alcuni heel, i "cattivi".
Non ho mai avuto modo di spiegarle di come tutto gira intorno all'heel. Il motore di una storia è centrato su chi prova a fare di tutto pur di ottenere un titolo, anche in maniera scorretta e di quanto li ammiro anche perché è facile farsi voler bene, ma farsi odiare è molto più difficile. E' difficile fingere di essere ciò che non si è. Sia sul ring come nella realtà.
Lei lo sapeva bene, quando un giorno arrivando in salotto avevo notato la parete solo con la foto del sottoscritto e del papa. "Nonna, ma...il resto?" "Eh, li ho dovuti togliere e portare nell'altra stanza. Alcune amiche mi avevano chiesto il perché erano appese quelle foto".
L'essere fuori dai vari standard canonici della società. Mi ripeteva sempre di tagliarmi la barba e i capelli, ma con l'arrivo di uno dei suoi ultimi preferiti di sempre, Daniel Bryan, aveva rivalutato il mio look. "Sei il mio Daniel Bryan", mi aveva detto una volta ridendo. Vuoi per la mimica facciale e alcuni tratti somatici in comune.
Forse perché come lei (e come il wrestler nelle storyline) ne ho passate tante ma continuo perennemente a farmi coraggio e dimostrare quanto valgo, nonostante i vari detrattori. E tra le mura di casa è risaputo: Lei era la mia fan #1 pronta ad incoraggiarmi, nel bene e nel male. Sia quando suonavo il basso, sia a lavoro ed ero alle casse e passava a fare la spesa. Lei era li ad ammirarmi come quando entravano sul ring i suoi beniamini. Le mancava solo il cartello parodia del "Yes! Movement" "Cech movement!" ed era a posto.






Farmi trovare pronto giorno dopo giorno. Anche perché so incassare tante batoste dalla vita, ma difficilmente finirò al tappeto sconfitto.





























lunedì 16 marzo 2020

"Scoprendo Forrester", di Gus Van Sant







Il blog "compie" un anno. Ricorrenza perfetta per dedicare un post a questo film del 2000 e come spesso tendo a fare parlare un po' di me, farmi conoscere. Di come riesco a immedesimarmi, specie se i protagonisti hanno qualche caratteristica o interesse in comune col sottoscritto. Praticamente ..."Scoprendo Miroslav".
Senza esitare, citando Sean Connery/William Forrester nel film:

"...Batti su quei tasti, per la miseria!!"


La trama di questo film s'ispira alla storia di J.D. Salinger e a John Kennedy Toole, due noti scrittori riservati. Nel nostro caso i protagonisti sono il giovane Jamal Wallace, lettore e scrittore con la passione per la pallacanestro e William Forrester, scrittore con origini scozzesi e  vincitore del premio Pulitzer per aver scritto il libro "Avalong Landing".
Il binomio "basket/scuola" è stato uno dei motivi per cui mi son sentito preso in causa fin dai primi minuti. Parafrasando un dialogo delle prime scene del film tra l'insegnante e la madre:

Insegnante: "Jamal fa lo stretto necessario per passare, per non distinguersi dai suoi amici e arrivare a malapena alla sufficienza. Questi, però, sono i suoi risultati nei temi"
Madre: "E' sempre che legge libri o scrive su quei quadernetti, ma a casa parla solo di pallacanestro".
Insegnante:"Quello è il suo modo per farsi accettare. Ai suoi amici non interessa quello che lui è capace di scrivere".

Questo dialogo forse è stato il primo motivo per cui ho sempre adorato questo film tanto da metterlo di diritto tra i miei preferiti. Non al primo posto, ma neanche all'ultimo.
Mia madre lo sa. Questa frase l'ha sentita probabilmente troppe volte dai pochi insegnanti che sapevano realmente come prendermi (testimone questo post), e cito una battuta del film: "Ricordati una cosa: Gli insegnanti amaramente delusi possono essere o molto utili o molto pericolosi". Con questo non voglio offendere quei pochi professori che mi sono stati d'aiuto nella vita, tutt'altro. Nel mio caso, senza nominarli, ho ancora presente le lezioni di chi ci metteva anima e cuore per coinvolgere veramente gli studenti e chi, invece, alzava le spalle perché...tanto era li per arrotondare la paga da ingegnere. Con dei modi così viscidi degni di un Renziano pronto a fotterti quando meno te l'aspetti.

Il fatto che il giovane Jamal Wallace ha buona memoria è una simpatica similitudine. Va detto che la mia è stata definita con ironia (E senza offesa) da alcune persone "memoria autistica": Ricordo vecchi numeri di telefono, avvenimenti anche inutili della mia vita ormai passati e...no. Non so finire le citzioni degli auori come lui nello scambio di battute con l'insegnante, ma inspiegabilmente so il 90% delle volte ritrovare la pagina esatta dove si trovano. Poi ovviamente se non ricordo la citazione tendo a parafrasarla, mica sono Robocop, progetto di organismo cibernetico. Mi avvicino di più al maldestro Ropopap/Fenton Paperconchiglia dei Ducktales. (Incantesimo!).

L'unica differenza tra me e il protagonista (e ne sono più che certo) è che non palleggiavo per casa, altrimenti le prendevo.


Complice una scommessa tra amici al campetto finita male, ovvero quella di entrare di straforo nella casa del vecchio "Finestra", chiamato così perché era sempre segregato in casa e li osservava giocare dall'alto del suo appartamento, Jamal fa la conoscenza del burbero, almeno inizialmente, William Forrester. Pur non sapendo ancora la vera identità.
La passione per la lettura e la scrittura fa nascere una splendida amicizia tra i due protagonisti. Con lo scrittore vincitore del Pulitzer che, armato di pazienza, insegna a scrivere al giovane aspirante.
Anche le caratteristiche di William Forrester le sento molto intime, personali se vogliamo. Da come la vedo io prendono due direzioni:

La mia, dove mi riconosco nel personaggio interpretato da Connery nell'amare sia la lettura, ma soprattutto la riservatezza, nel privato e in questo blog, dove non elemosino condivisioni o visualizzazioni ma lo faccio per il puro piacere della scrittura. Poi, se piace o non piace tendo a fare spallucce. D'altronde lo dice anche William al giovane Jamal: " Perché le parole che scriviamo per noi stessi sono sempre molto migliori di quelle che scriviamo per gli altri?".

Per non parlare della stesura dei miei post: Questo ce l'avevo in mente da troppo tempo e aspettava solo di essere scritto. Involontariamente uso spesso una regola, un consiglio ben spiegato nel film: "la prima stesura la devi buttare giù col cuore, poi la riscrivi con la testa. Il concetto chiave dello scrivere è scrivere, non è pensare".
Se si va a rovistare nei vari quadernetti o moleskine non si trovano le bozze dei rispettivi post. Solo aforismi, frasi e dialoghi presi da libri che sto leggendo o film che ho visto. Da li poi prendo il via sulle tastiere senza fermarmi. Da una parte mi spiace, perché il lato nostalgico che è in me ha sempre amato scrivere su carta. Ma la stesura di un post la trovo molto più spontanea qui, sui tasti di questo vecchio portatile fatto su con lo scotch.

Prima di questo maledetto COVID-19 passavo già giornate rinchiuso in casa a leggere o scrivere, proprio come "Finestra". Isolamento che occasionalmente mi porta a trasformarmi nel classico orso non tanto in letargo, ma a volte burbero nelle risposte. Ciò non toglie che non sono un vero e proprio eremita. Come dice "William" <<chi ti dice che non esco mai di casa?>>.
Altra similitudine che mi ha fatto sorridere (e che, detto senza imbarazzo, fa ridere di gusto a chi riceve messaggi whatsapp dove scrivo "Guardo uccelli fuori dalla finestra" -lo so...battuta triste- è proprio quel birdwatching casalingo. Non è un mistero questo mio hobby (vedere per credere). Divertente di come in sincronia effettuiamo le stesse mosse, pari pari: Mi affaccio alla finestra col binocolo, stupefatto recupero la microcamera e la posiziono di nascosto in giardino e poi gongolo contento della visione a prescindere se la registrazione è andata a buon fine o no: "Va' che roba, uno stormo di verdoni!".
O, nel suo caso, ancora più esplicito con la telecamera in mano che dice "vieni...dai...più vicino...più vicino!", il tutto con Jamal che lo guarda in maniera perplessa e lui che risponde contento "Era un Cardellino del Connecticut!". Tanta invidia per lui, anche perché i cardellini ultimamente si posano nel mio giardino, ma come i verdoni sono i miei due punti d'arrivo per i prossimi video e devo armarmi di molta perseveranza per riuscire a riprenderli. Stesso discorso per i fringuelli.
Il lato positivo di questo periodo generale d'isolamento è che, abitando ai piedi delle montagne, di prima mattina tra i rumori della natura si sente quello del picchio, che da il buongiorno alle persone mattiniere martellando con il suo becco  per lasciare la sua "firma" della specie, per comunicare e attirare un partner (e, ad essere precisi, la scelta cade su materiali ad alta risonanza).


C'è anche la visione 2.0 di William Forrester. Ovvero la proiezione di mio padre in questo personaggio:
A tratti socievole e burbero, amante della lettura e della Cultura con la c maiuscola (Musica classica, storia antica, racconti di Isaac Asimov, vari generi musicali, arte e via dicendo). Tanto che quando mi sente dire quella parola mi rimprovera giustamente: C'è Cultura e cultura.
Il talento di mio padre però è sempre stato si artistico, ma applicato alle foto e ai disegni su tela. Lui stesso, come William per Jamal, mi ha spinto lo scorso anno ad aprire questo blog proprio perché "ho la sensibilità giusta per farlo", come tendo spesso a ripetere.
Il che mi fa sempre pensare a quando Jamal, in un primo momento quando recupera lo zaino dimenticato a casa di "Finestra" dopo il primo incontro, si ritrova tutti i quaderni con i vari testi da lui corretti in rosso e commentati: "Passaggio fantastico!" "Dove mi vuoi portare?" e via dicendo. Non ho mai fatto leggere i vecchi quadernetti a nessuno, a casa. Anche perché li tengo segretamente nascosti. In quel periodo poi ero come George McFly prima dell'arrivo dal futuro di Marty.

 
George: "No no no...io non faccio mai leggere a nessuno le mie storie"
Marty: "...e perché no?"

Questo, ovviamente, mi fa pensare che in qualche modo era riuscito a leggere i miei appunti sparpagliati sui vari quaderni (e il nascondiglio precedente non era poi così sicuro). Di conseguenza deve aver visto in me qualcosa di positivo, il che mi fa incredibilmente piacere.


Tra i personaggi del film che voglio menzionare, come attore non protagonista c'è il rapper Busta Rhymes che interpreta Terrell Wallace, il fratello di Jamal. Fa il parcheggiatore e sogna di sfondare come rapper.
Perché merita una menzione? Perché è un genere che mi piace e che ha influito molto sulla mia tipologia di scrittura (per esempio le varie citazioni prese qua e la, come nelle canzoni, e fare di essi un paragone o associarle a momenti della mia vita). Nel lontano 1996/1997 per quanto mi fa ridere (e per quanto ero un bambinetto di 12 anni), ero uno dei primi -se non il primo- ad ascoltare anche questo genere musicale in un paese dove è risaputo che le radici sono tutte salde sul rock.
Galeotto fu il vinile trovato a casa, dei miei amati Beastie Boys su un lato e LL Cool J dall'altro, ovviamente un vinile non ufficiale, un bootleg. Da li è nato tutto. Specie la mia ammirazione per il produttore Rick Rubin e di quanto è versatile nel mondo della musica.
La prosa di questo genere, specie nel freestyle, mi ha sempre catturato e coinvolto. Poesia pura. L'ho imparato grazie a Saul Williams (attore, rapper e poeta) nel film indipendente del 1998 "Slam". E a proposito di poesie, da lettore quale sono, vi consiglio di andare a dare una letta al libro "Tà Marziaká", di Sara Condizi.
Oltretutto saranno tre o quattro giorni di fila che per caricarmi al mattino, oltre al caffè, ascolto "Veleno 7" di Gemitaiz Feat. Madman.


C'è una scena chiave del film dove il binomio "studio e pallacanestro" s'incontrano, assieme a molte decisioni da prendere. Circondato da detrattori e stimatori. Non voglio fare spoiler per rovinare il film a chi, magari, non l'ha mai visto. Dico solo che QUELLA decisione va pari passo con il mio stile di vita, non solo da ex-studente. Per scoprire di cosa sto parlando...vi consiglio di vedere il film.


Anche perché mi sono messo un bel po' a nudo, in questo post, e citando Sean Connery "Tu dovresti imparare la virtù della riservatezza"...

...o almeno rispolverarla.
















mercoledì 11 marzo 2020

"Si muore tutti democristiani", il film del Terzo Segreto di Satira.




Tutto è iniziato al bar mentre ero in compagnia di un mio caro amico qualche anno fa: Ordino da bere con una delle tante frasi standard. "Ho la gola secca...Birretta?".
Lui finisce quella che ha nel boccale, ride sguaiatamente e mi dice, prendendo il telefono in mano: "Ogni volta che ordini da bere così o che dici solo <<Birretta?>>, mi fai venire in mente questo video ("Il Dalemiano", del Terzo Segreto di Satira). Sicuramente ti piaceranno!".

In quel momento ho capito che dovevo iscrivermi al loro canale e guardare tutti i loro video, anche quelli persi in precedenza, proprio per quel modo di fare che tanto mi piace riguardo la satira sociale e politica. Oltretutto, per quanto mi riguarda...un po' d'autoironia non guasta, specie se mi ritrovo nelle caratteristiche di alcuni personaggi da loro creati.

Facciamo un passo indietro però: Il mio interesse per la satira politica è presente da sempre. Il "politichese" a casa mia si masticava spesso e volentieri, allo stesso modo si apprezzava l'ironia del tandem Dandini-Guzzanti ai tempi di Avanzi, per quel che mi ricordo (e gli altri programmi della coppia al seguito), mentre quando andavo da miei nonni il sabato sera, vista la loro generazione ben diversa da quella dei miei genitori, i vari attori del Bagaglino erano presenti sulla loro tv -che, a rivederli ora, tutto mi fanno, tranne che ridere. Ma si cresce e si matura col tempo, ovviamente. Anche se poi ho amato il percorso artistico di Oreste Lionello come doppiatore-. Il lato positivo è che fin da bambino avevo imparato a distinguere anche solo dalla parodia i volti dei politici, le loro posizioni e i vari partiti. Grazie anche ai volumi di Forattini che, a casa d'amici dei miei genitori, mi mettevano in mano per farmi stare zitto e in silenzio, perché probabilmente li il Topolino non c'era. Crescendo con queste basi familiari (specie dai miei genitori) e scoprendo poi il favoloso mondo di Daniele Luttazzi, il resto vien da se.

Questo film, scritto e diretto dal Terzo Segreto di Satira, parla di come i tre protagonisti, uniti dalla piccola casa di produzione da loro creata, si ritrovano a dover fare i conti con la realtà: Valutando una grande offerta di lavoro ricevuta ma, che per ragioni che si scoprono andando avanti nel corso del film, va contro i loro ideali. "Scegliere la strada più comoda o quella giusta" Parafrasando la definizione di democristiano da parte di uno dei componenti di questo collettivo milanese, Davide Bonacina, durante l'intervista/promozione del film su La7.

Cosa mi ha spinto a dedicare un post a questo film? (oltre a consigliarlo a chi ovviamente piace il genere). Sicuramente il fatto che in questo periodo della mia vita, a 35 anni -quasi 36-, mi sento un incrocio tra due dei tre protagonisti: Stefano ed Enrico (Il terzo, Fabrizio, è interpretato da Massimiliano Loizzi), interpretati rispettivamente da Marco Ripoldi e Walter Leonardi. Ironia della sorte in qualche modo nelle loro interpretazioni presenti nei vari video su youtube riesco sempre a vedere qualche piccola sfumatura del sottoscritto: Nel caso di Leonardi "Il buonista col mitra"rende bene l'idea di quanta merda devo spesso inghiottire, sentendo discorsi molto spesso generici fatti da chi molte volte ragiona col culo. Ogni riferimento a persone che incontro nella vita comune è puramente casuale. Diciamo...la versione politica di un mio vecchio post, "come si diventa Joker", dove l'ho citato alla fine.
Mentre per Ripoldi la lista è lunga. Diciamo pure che il mantra "E' la giunta che conta" ormai l'ho fatto mio, non solo per votare come nel video, ma per mantenere occasionalmente la calma e affrontare alcune decisioni. E questo, credetemi, è solo il biglietto da visita.

C'è stato un periodo della mia vita dove a livello politico ero discretamente attento e attivo. Un periodo dove gli ideali dei miei genitori e della loro generazione erano concreti e ben radicati in me. Quel momento dove, da studente, non facevo i conti con la realtà e preferivo ribellarmi ad un sistema. Come Stefano nel film in una scena madre verso la fine (anche se i miei capelli erano si lunghi, ma non avevo i dread).
Ricordo con gioia quel periodo: Anche se i dread citati poco fa non li avevo, sulla testa portavo il basco giamaicano, o così lo chiamavo io, che racchiudeva la dentro i miei lunghi capelli. I 99Posse erano in heavy rotation nello stereo presente in camera (oltre, come sempre, a vari artisti), e da elettore spesso mi ritrovavo vigile a valutare le idee e confrontandomi con alcuni amici di quel periodo.

L'esempio "da film", è di come cantavo a pieni polmoni Consumo Gusto, del gruppo Ska-P e che ora mi ritrovo a lavorare in un supermercato. Esempio perfetto da "Terzo Segreto di Satira".
Ogni tanto non lo nego, penso alla classica frase "cosa voglio fare da grande", da sognatore ad occhi aperti quale sono.
Pensieri sono tanti, specie sul classico "mestiere". Ma ad aprire una piccola attività per conto mio (quale una libreria dove si possono trovare anche vinili) servono soldi. Anche se spesso mi sento dire "siamo nel 2020...c'e Amazon". Sfumando così ogni aspettativa e fantasia. Così anche come l'ipotetica fantasia di scrivere per campare. Le mie sono riflessioni a tempo perso spesso generiche da scaltro osservatore di film o assiduo lettore. Ma anche in questo caso, sognare non costa nulla. Anche se avendo amici e amiche con un primo libro all'attivo (una in particolare col secondo), l'idea generale che mi son fatto è che gli editori spesso hanno il fiato sul collo e, per quanto creativi, non dev'essere una vita facile pure loro.
Come Enrico/Walter Leonardi con suo padre, nel mio caso c'era mia nonna che fino all'ultimo mi ripeteva sempre "Tieni stretto quel lavoro, stai andando bene. Li è un posto sicuro". Il tutto con la classica conclusione "però...tagliati quella barba!".
Ma ero questo quello che volevo diventare? Alle elementari ricordo con gioia LA maestra per eccellenza che riusciva sempre a coinvolgerci nelle lezioni a modo suo. In prima elementare, se non erro (o giù di li), ricordo la lezione sul tempo che passa e sui cambiamenti anche fisici. Di come, ritagliando foto x verosimili da riviste che assomigliavano vagamente a noi alunni, aveva fatto il foglio "Tizio/tizia tra tot anni". Immaginavo i miei 30 anni diversi, forse un po' alla "Ritorno al futuro 2", con tutte le volte che l'ho visto. Una casa e una famiglia alle spalle... e mi ritrovo part-time, a fare sacrifici per riuscire ad andare in affitto da qualche parte e creare qualcosa di bello a livello umano. Il tutto seguendo i valori che mi aveva insegnato mio nonno paterno quando ero bambino (la favola della cicala e della formica).
...Ma ahimè, citando i Zen Circus, "Nonno, è questo il futuro che sognavi te (per me)?"




Non sto sputando sul piatto dove mangio, sia chiaro. "Quel" Mirko con animo ribelle è ancora presente in me. Come detto ora di anni ne ho 35. Ma ci sono giornate dove spesso mi ritrovo a voler salire in macchina (non ho uno scooter come uno dei protagonisti del film) e lasciare andare tutti i vaffanculo che ho in me, dalla testa ai piedi e andare lontano.  -"La fantasia del viaggio ai tempi del COVID-19" -. Un misto di Vaffanculo dedicati a destra e a manca a chi mi tratta come uno di poco conto. A chi mi usa come il classico mulo da fatica e poco considerato e a chi mi mette i bastoni tra le ruote; con tanto di frasi alla "Scegliete la vita" alla Renton buttate qua e la.

Ma poi, dopo tutti questi ripensamenti e questi vaffanculo mai detti la sveglia suona sempre alle 6.00 e quella parte di me adolescente, quando si pettina allo specchio prima di andare a timbrare (e l'ammetto, pettinarmi studiando le dimensioni della "piazzetta" intitolata a Kobe Bryant appena accennata in testa), si guarda allo specchio e pensa più o meno così...



(Se incomincia dall'inizio, il mio riferimento è dal minuto 3.27 in poi)


Piccola precisazione, per chi mi conosce a livello lavorativo: Ricordatevi una cosa sola. Anche se sono critico, prendete la vita con ironia e imparate a riderci su, delle cose. Citando "Eskimo" di Guccini


"Diciamolo per dire, ma davvero
Si ride per non piangere perché
Se penso a quella ch' eri, a quel che ero
Che compassione che ho per me e per te

Eppure a volte non mi spiacerebbe
Essere quelli di quei tempi la'
Sarà per aver quindic'anni in meno
O avere tutto per possibilità

Perché a vent'anni è tutto ancora intero
Perché a vent'anni è tutto chi lo sa
A vent'anni si è stupidi davvero
Quante balle si ha in testa a quell'età

Oppure allora si era solo noi
Non c'entra o meno questa gioventù
Di discussioni, caroselli, eroi
Quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu

(...)

Forse lo stan pensando anche gli amici
gli andati, i rassegnati, i soddisfatti
Giocando a dire che si era più felici
Pensando a chi si è perso o no a quei patti

Ed io che ho sempre un eskimo addosso
uguale a quello che ricorderai
io come sempre, faccio quel che posso
Domani poi ci penserò se mai."

lunedì 2 marzo 2020

"A LEGO® Brickumentary", di Kief Davidson e Daniel Junge.



"...Fin che Giorgio (Faletti) si mette in testa di fare il comico, diventa un comico stupendo. Per cui a cena si ride che non se ne può più. Giorgio si mette in testa di diventare pilota di rally, e a questo punto "ammazza" il Giorgio comico per gli amici, inizialmente, e diventa pilota di rally. (...). Lui perdeva immediatamente quella sensibilità che lo contraddistingueva con ogni tipo di pubblico e ci faceva sorbire ore di un rally a cui aveva partecipato. Li mi ero già reso conto che l'uomo poteva prendere strade insolite." (A. Ricci su Giorgio Faletti)


Non c'è introduzione migliore per descrivere questo febbraio così silenzioso e privo di post. Tante idee, probabilmente troppe. Tanto quanto i post salvati nelle bozze e cestinati  (due su due, media che sognavo di avere ai tiri liberi quando giocavo a basket). Il perché del silenzio, però, lo spiegherò a tempo debito.

Avere molti interessi è sempre stimolante quanto incasinato: Cinema e documentari, musica e scrittura...anche la creatività stessa ha bisogno del suo spazio. Qua mi è venuto in aiuto amazon prime video.
Tra i tanti film e documentari visti,  "A LEGO® Brickumentary" è stato il primo a influenzarmi e a far rivivere in me ricordi e desideri da "AFOL" quale sono (Adult fan of lego). Per chi come me è un fan dei mattoncini danesi è consigliata la visione, sempre se non l'aveta già fatto.
Ben narrata in una maniera molto stimolante e coinvolgente. Alla fine chi sono io per fare una recensione su questo documentario? Soprattutto quale modo migliore per fare una recensione a riguardo accantonando per un momento ciò di cui viene trattato in un'ora e mezza, se non parlare del mio rapporto con i lego? Anche perché come vedrete, all'interno ci sono racconti e interviste di persone come noi o altrettanti del mondo dello spettacolo e il loro rapporto con questi giochi (Per esempio Ed Sheeran e la sua canzone "Lego house", la stella NBA Dwight Howard o Trey Parker, co-creatore di south park, che crea costruzioni per rilassarsi in cerca di nuove e dissacranti idee per la nota serie tv). Quindi questo è il mio "Brickumentary", la mia esperienza.

I primi due ricordi ben stampati nella mia mente sono sicuramente un giardino, modello base, ricevuto in regalo dai miei nonni paterni. Dal primo momento ho trovato subito conforto in quegli omini gialli. le caratteristiche e i disegni di quel periodo (ora chiamati "vintage") avevano un certo fascino in me tanto da ammalarmi, malato per i lego. Forse già da li, tra i vari omini, avevo trovato conforto in quello che poteva essere benissimo il meccanico. Con la classica salopette e il cappello blu. Un tuttofare, più o meno come "Bob l'aggiustatutto" per le nuove generazioni o, per le signorine, Kirk nella serie tv "Gilmore girls". 



Il secondo ricordo è il camion dei pompieri ricevuto la notte di Natale e probabilmente distrutto subito dopo causa incidente, finendo per terra. I primi sensi di colpa per un gioco rotto, anche se citando mia nonna ho sempre avuto l'anima del "Distruggitore", come spesso mi chiamava da bambino. Da adulto posso dire che era anche questo il bello dei lego e lo è tutt'ora: Non è rotto, si può sempre riparare.

Col tempo ovviamente sono arrivati molti altri set, dalla caserma di polizia (Tutta colpa di una nota serie animata tratta da dei film comici), il veliero e ovviamente alcune costruzioni della lego technic.

La creatività non mi è mai mancata, anche perché dopo aver seguito le classiche istruzioni modificavo a piacimento tutto ciò che c'era da modificare, con altri pezzi presi qua e la. Ricordo con piacere il vascello trasformato in una nave da crociera, con tanto di misteri da scoprire alla "Scooby Doo". Non poteva mancare, ovviamente, il morto a bordo o presunto tale (il fantasma che s'illuminava al buio) -Perché si sa, una delle lezioni note di questa serie animata è che i mostri sono sempre le persone. Specie se agenti immobiliari.
Oppure il furgone della lego technic diventato, chissà come mai, una macchina del tempo, coinvolgendo ovviamente altri omini di altre serie, dagli indigeni al medioevo -Chi non aveva il Robin Hood di verde vestito con tanto di archi e frecce?-. Grande giove!

Ricordo che preferivo giocare in solitudine con i lego, non per non condividere i miei giochi con gli altri bambini. Ma avevo un modo tutto mio: Le classiche "voci" dei personaggi erano nella mia mente. Praticamente giocavo sempre in silenzio, dal punto di vista degli adulti. Questo fa capire che gran casino avevo già in testa alle elementari.
C'ho provato ai tempi con un'altro bambino a giocare. Ma mi arrabbiavo di continuo: "No, questa è la tua voce, non è la sua!". A 35 anni questa paranoia la trovo spiegata nella prima strofa di "Paranoid Android" dei Radiohead.

E poi c'era lui:




Sono certo che era lui, anche se sono passati tanti anni e la mia memoria (Specie con un solo caffè in corpo) ogni tanto si riavvia da sola. Ma anche solo guardando la foto in me stanno spuntando tanti ricordi pronti a darmi conferma.
L'oggetto del desiderio e mai ricevuto. Il che non è stato uno sbaglio, perché come tutti avevo il classico "bauletto" con vari pezzi e set rotti e la mia fantasia riusciva a creare queste ed altre cose.


Amazon prime video ha fatto e fa tutt'ora rivivere momenti legati alla mia infanzia applicati ai 35 anni, grazie a questa programmazione. I richiami, come le note ai tempi della scuola, fanno parte di me. Altrimenti non mi mandavano la lettera a casa dicendomi (in maniera molto spiccia) "E' vero che hai le spedizioni gratis, ma puoi anche vedere film/serie tv gratis incluse nell'abbonamento...svegliati!".
Si sa, la mela non casca lontano dall'albero. Leggo "Lego" e faccio clic. Lo devo principalmente a quel meccanico, al poliziotto con l'indole alla Tackleberry ispirato, ovviamente, al personaggio di "Scuola di polizia". Per non parlare dei vari pesonaggi inventati e creati di sana pianta, come le versioni caserecce di 007, Batman e quel mix tra Robocop e la parodia disneyana "Robopap".

Tra le tante storie raccontate nel citato documentario, c'e quella dell'artista tedesco Jan Vormann: noto per riempire le crepe di vecchi muri e palazzi con i mattoncini lego. In quel momento, ritornando all'introduzione, "Mirko amante dei lego" uccide -anche solo per un mesetto- la versione blogger e inizia a pensare "Ma con tutti i mattoncini che ho nel vecchio baule in soffitta, quante cose posso realizzare?"



Da tempo volevo cercare quel conforto da sempre trovato con questi mattoncini e i rispettivi personaggi. Specie in un mese delicato, dove i fatti di vita quotidiana portano alla mente persone scomparse di recente.
Sia chiaro: Non la butto sul melodrammatico, avevo bisogno di pace e relax, la confusione mentale era troppa anche per andare avanti con un libro ormai agli sgoccioli. Avevo bisogno di un segno. Della serie "Fanculo tutto! Vado e faccio di testa mia".

L'idea di creare qualcosa era presente in me da tempo. Ma cosa? Come stimolare la mia creatività in maniera alternativa? Degno di Joilet Jack nei Blues Brothers, "ho visto la luce" facendo zapping in tv durante l'ora di pranzo. In compagnia di chi, ai tempi, mi portava inaspettatamente qualche scatola con pezzi da montare (mia madre).



Questa serie tv, in onda su Blaze è stato il fulmine a ciel sereno. Dando così il contentino alla vocina che mi ripeteva, nella mia mente "saliinsoffitta, saliinsoffitta, saliinsoffitta", papale papale al cervello di Homer Simpson nella versione "mangiailbudino, mangiailbudino, mangiailbudino" (o, per le signorine, la stessa insistenza del granchio Sebastian quando canta "Baciala", nel cartone animato "La Sirenetta"). Anche perché, citando il granchio in questione "Se devi fare una cosa, è sempre meglio pensarci da solo".

Idee ne avevo e ne ho tutt'ora tante che mi girano per la mente, al momento ho creato solo semplcici oggetti d'arredo (chiamiamoli così), quali un leggio per lo smartphone -anzi, due, su richiesta di chi quei mattoncini da bambino me li comprava-, e una mangiatoia per uccelli.
L'asticella della mia mente non si è mai accontentata delle cose semplici, ma vuole sempre alzare il livello di difficoltà: Come Jan Vormann, sono tentato di ricoprire quel foro lasciato dalla vecchia cassetta postale, ormai tolta e buttata via. Senza dimenticare un treppiedi per la microcamera "Garmin Virb Ultra 30".
Non contento, penso anche di come la vecchia cuccia di Cin Cin si può trasformare in un ipotetico presepe nei giorni invernali  (Girando la metà del vascello come capanna), oppure spendere qualche euro e comprare il set di Batman e creare la tanto desierata Bat-caverna. 


Capisco benissimo cosa intendeva Trey Parker quando diceva che giocare con i lego stimolava la sua creatività lavorativa: Nel mio piccolo, anche se la scrittura è solo un passatempo, ero insoddisfatto di ciò che abbozzavo. Sedermi in quello che l'angolo più alto della casa, in silenzio e dando libero sfogo all'immaginazione mi ha riattivato quell'entusiasmo che stava li li spegnendosi, causa molti fattori esterni (e non parlo del noto corona virus, l'allarmismo lo lascio a chi guarda i programmi trash in tv): Di punto in bianco ho ritrovato un costante interesse per le serie tv e i film, sempre anche alla già citata piattaforma; idee nuove ispirate per il blog e per farmi conoscere -Specie a Marzo, visto che ormai il blog compie il suo primo anno di vita- e... il mio tanto amato basso. Dopo tempo ho ripreso piano piano a suonare. Ringrazio il cielo che esistono le cuffie, così non ho svegliato nessuno (perché mi sembra ovvio, non c'e modo migliore per farsi prendere dall'ispirazione alle 7.00 del mattino e suonare di cattiveria "Wires"  dei Red Fang, complice la mia barba sempre più folta, o "Money" la versione cazzuta del supergruppo Backbeat Band. Niente spoiler...fate clic per vedere chi erano i componenti di questa band. 


A volte per ritrovare la vena creativa bisogna solo seguire l'istinto e usare la fantasia, lasciarsi andare a ciò che la mente ha da offrire. Ognuno a modo suo.


...se si ha un baule di vecchi mattoncini, però, tutto è più facile.














venerdì 31 gennaio 2020

"Il corpo sa tutto", di Banana Yoshimoto



"Sono pochissimi gli amici con cui si possa stare in silenzio" (dalla quarta di copertina).


Questa frase per me è il significato esatto del termine "amicizia". In prima persona, l'ho scoperto nel Settembre del 2016, quando durante un viaggio in macchina verso la Slovenja con una cara amica di penna e scrittrice, la mia voglia di chiacchierare era alle stelle. Mi aveva spiegato con dolcezza che non per forza bisogna parlare ininterrottamente di qualcosa, anche se è la prima volta che ci vediamo. (E chi interpreta questa cosa come un segno di maleducazione nei miei confronti...beh, vi sbagliate di grosso).
Trovare la stessa frase più o meno parafrasata nella quarta di copertina per me è stato un segno. Anche perché come spesso accade, reputo i libri come cari amici. In questo caso l'amico con un ottimo tempismo, pronto a rincuorarmi a parole per i fatti recentemente accaduti come le due varie perdite narrate in precedenza.
Tentennavo se iniziarlo o meno. Volevo prendermi una pausa dalla lettura dell' i ching ed ero indeciso se iniziare questo oppure "Il grande cielo", di A.B. Guthrie ma come spesso accade, i libri ti chiamano con la loro voce silenziosa, con un perché che si viene a scoprire solo quando si giunge alla parola fine.

Non è la prima volta che leggo qualcosa dell'autrice. Il suo primo libro acquistato era "Amrita".  "kitchen" invece me lo prestarono subito dopo, più o meno intorno al 2009. "H-H" invece, arriverà tra qualche giorno per posta.
"Il corpo sa tutto" è un insieme di racconti , uniti da questo filo logico che oscilla tra mente e corpo, dolore e guarigione. Prove di vita e momenti di gioia.

Dove sta l'ottimo tempismo?

Come scritto in precedenza, di recente ho perso mia nonna (e chi ha già letto il libro, sicuramente sa dove voglio arrivare).
Dal primo racconto, ovvero "Pollice verde", ho sentito subito una morsa al cuore. Ho trovato, involontariamente, tanto di lei nelle parole dell'autrice. E cito: "La nonna parlò un poco ma subito si riaddormentò. Quando le persone cominciano a dormire così ogni giorno, di colpo la loro presenza si assottiglia. Rendermene conto mi stringeva il cuore. E così anche io prendevo parte a un evento che si ripeteva da sempre nella vita delle persone. Con la strana sensazione di guardarlo da lontano".
Non è stato facile leggere inizialmente queste parole a poche settimane dalla sua scomparsa, ma qualcosa mi ha fatto effettivamente andare avanti e continuare avidamente il libro. Non tanto per superare il dolore ma saperlo affrontare e conviverci in maniera positiva e costruttiva. Convivendo con il giusto mix di ricordi, dolore e malinconia.
Ricordo ancora quando da nipote affezionato quale son sempre stato, ho fatto quello scalino: donarle qualche momento di riposo e solitudine in quel divano dove spesso nel pomeriggio s'appisolava per concedermi un po' di tempo per i miei interessi; piuttosto delle nostre ripetute partite a briscola (dove l'ultima giocata, se non ricordo male, mi aveva pure battuto 3-2 se non 3-1, altro che le finali NBA). Proprio per via di una sonnolenza sempre più assidua.
In quei momenti, dispiaciuto, mi son reso conto che il tempo va avanti per tutti. E la classica nonna sprint che seguiva il wrestling, ha preferito concedersi l'ultimo anno da "nonna normale". Riposando sul divano e ascoltando canzoni italiane tendenti al liscio. Ciò non toglie che la sua tempra e mandare a quel paese chi non gli andava a genio è sempre rimasta presente, specialmente gli ultimi giorni in ospedale dove alla "simpatica battuta" di un visitatore (della sua compagna di stanza), "Mi raccomando...non andare in giro!", ha alzato il braccio con le flebo, mimando il classico gesto di andare via come per dire "vai a farti fottere". Lo so, non l'ha detto per via della mascherina...ma l'ha pensato. Avevamo sempre il bluetooth acceso io e lei, pura sintonia. Avevamo lo stesso carattere e lo stesso sguardo infuocato, che entrambi, nonna e nipote, lanciammo al "Ridolini" di turno facendogli abbassare la testa come un cane punito per aver cagato sul pavimento.
Donna con carattere, lo è sempre stata. La sua ultima cena è stata in pieno stile di "Menia", come la chiamavamo tutti. Col suo carattere deciso che "Ben, no stoi a mangja che porcaria di roba!"(Traduzione dal friulano: Non sto a mangiare quella porcheria di roba -riferito allo stracchino e ad altre pietanze servite per l'occasione dall'ospedale), preferendo una pappetta di frutta mista facilmente reperibile in qualsiasi negozio. 
Anche questo episodio mi ha fatto sorridere ritrovandolo in un racconto successivo, quale "Una sera luminosa": << "Se sapessi quanto fa schifo il mangiare qui...Stamattina ci hanno servito del vero cibo per gatti! Aveva un odore tale che non sono riuscita a toccarlo!" mi raccontava ad alta voce camminando nel corridoio, incurante delle tante infermiere presenti, mentre mi accompagnava all'ascensore. Quando la porta si chiuse, il disegno del pigiama di lei che mi salutava agitando la mano mi rimase per qualche istante negli occhi. >>.
Infermiere che comunque l'hanno sempre seguita specialmente l'ultima che l'ha vista sospirare e ci ha chiamati quando, nel giro di 20 minuti per via del tragitto in macchina, ci aveva abbandonato. Incredula e in lacrime pure lei proprio per la tenacia e quel "Never give up" presente in questa signora di 88 anni -e si, visto il motto scritto, pure fan di John Cena. 

Col passare dei giorni ho trovato molto affetto da parte di chi mi stava vicino anche solo col pensiero e con un messaggio. Cari amici che con semplici gesti erano presenti col cuore e con la mente, anche chi spesso si rimproverava per la lontananza e voler fare necessariamente di più. Talmente severi con se stessi da causare una sorta di Seppuku mentale. Dimenticando che in momenti come questi la persona, spesso, va capita e compresa soprattutto per i suoi silenzi citati a inizio post. Silenzi che sicuramente continueranno ad arrivare, riservato come sono. Un lutto (o più, nel mio caso) non è come cambiarsi un paio di mutande. Certo, ho ripreso a sorridere. Ma bastano tanti ricordi associati a foto oppure oggetti per finire nel mio infinito abisso di riflessioni, soprattutto a lei (o loro) rivolte. 
"Mi raccomando: Cerca di mangiare e di dormire" sono le frasi che più ho sentito in quel periodo. Continuerò a ringraziare chi me lo ripeteva in maniera ossessiva, vuoi perché ci sono passati, vuoi perché il classico "orso in letargo" quale sono e che conoscevano, era più un Binturong che vagava senza meta, senza sapere cosa o quando mangiare e concedersi riposini in posti x  quali divano o brandine presenti a casa, a orari poco normali.



(Più o meno così. Questo è un Binturong, il mio animale preferito dopo i cani ovviamente)

Anche questa situazione è descritta egregiamente nel brano "I fiori e il temporale":
<<Quando morì sua madre, tutti coloro che sapevano quanto lui l'amasse non ebbero il coraggio di dirgli generiche parole di conforto. Tanto il suo amore e il suo abbattimento erano comprensibili e sacri.
E' una cosa che capisce chiunque abbia perso una persona che ama veramente.
Quando gli telefonai per fare le condoglianze era stranamente allegro.
E' una reazione che le persone hanno per i primi tempi, quando hanno perso qualcosa d'importante. I giorni della solitudine vera arrivano dopo, implacabili, confondendosi con la quotidianità. Per quanto ne possa essere ben cosciente, un amico non può fare niente. Può solo stare a guardare.
"Piangi tanto, mangia tanto, dormi tanto", gli dissi. "E poi non c'e altro da fare che aspettare che passi il tempo".
"Farò così" rispose lui. "Piangerò tanto, mangerò tanto, dormirò tanto, mi metterò tanto profumo."
E tutti e due, col cuore stretto, ridemmo.>>


Grazie a questo post e alle parole di Banana Yoshimoto, cerco di far capire a quelle persone che effettivamente mi vogliono bene, che se non rispondo è per questo motivo. Come ho detto più volte, vivete tranquilli, senza l'ossessione delle spunte o microfoni blu su whatsapp (parlo in generale, sia chiaro, perché conversazioni lasciate in sospeso ne ho molte).
Finalmente sto trovando la giusta motivazione e organizzazione per andare avanti, con la stessa forza di mia nonna quale lei era nota avere. Non rispondere immediatamente o vivere qualche giorno di silenzio non è (detta con uno slang giovanile) "non mi caga", ma "ha bisogno solo di un po' di pace mentale". E se si vuole veramente bene ad una persona, vanno compresi anche e soprattutto questi silenzi.

Pace che ho trovato in questo libro, che anche se pura narrativa, sa molto su di me e in maniera molto colorita e romanzata anche in altri brani non citati, sulla mia famiglia.
Armonia che sto trovando nella natura, passeggiando quando posso nella mia zona pedemontana. Trovando, nell'aria aperta, la giusta ispirazione per esprimere al meglio la mia creatività. A prescindere se scritta o suonata.


"Penso che la natura guarirà le tue ferite di cuore. Fai attività fisica, respira aria pulita e risorgi, mi raccomando! A presto" (Banana Yoshimoto, sempre da "Il corpo sa tutto").

(SPOILER: Quest'ultima frase mi ha dato un'idea per un futuro post. chissà...) 


mercoledì 29 gennaio 2020

"Se non credi in te stesso, scordati che qualcun'altro lo faccia per te". (Kobe Bryant)





Ero in seconda media e correva l'anno scolastico 1996/1997, la ricreazione era appena finita e una volta che ci siamo messi in fila per ritornare in aula, il mio compagno di merende/partite di basket dell'altra sezione mi urla  "Cech, Basta Michael...Kobe Bryant! Segnati questo nome, vedrai ben un domani...!" 
Da li è nato tutto. Una "nuova ossessione", come cantavano i Subsonica. Da quella stagione NBA 1996/1997, dove la classe dei rookie era una delle più esplosive di sempre. 
L'anno d'esordio di molte stelle della mia generazione (Vedere per credere ), l'anno in cui i miei voti calarono per la scoperta di NBA Action sul canale Koper/Capodistria e l'ascesa al trono di quello che col tempo è diventato una leggenda. 

Ero il classico ragazzino che stava sulle sue. Confuso e preso di mira dagli insegnanti. Ma son bastati trenta secondi o poco più, il tempo di una pubblicità (ovviamente sua) e l'aforismo utilizzato come titolo a far cambiare l'andazzo della mia vita. "Se non credi in te stesso, scordati che qualcun'altro lo faccia per te". 
L'avevo scritta anche sul muro (in compensato) di camera mia e li era rimasta fino a quando non ho dovuto togliere tutto per dipingere i muri qualche anno fa. Questo alla sinistra del letto, sopra il letto invece c'era il poster di Michael Jordan a braccia aperte con la citazione di William Blake "Nessun uccello sale troppo in alto, se non con le sue ali".  La determinazione, evidentemente, non mi è mai mancata. 
Di cantonate nella vita ne ho prese, ma quella che col tempo poi è diventata "Mamba Mentality" mi ha aiutato anno dopo anno ad acquisire una fiducia invidiabile nei miei mezzi: Nella pallacanestro ottenere molti minuti in partita concentrandomi in difesa -mia qualità-, arrivando a giocare pure titolare in qualche partita. 
Con il basso, da autodidatta, fare passi da gigante e ottenere dei bei risultati personali e... questo blog. Dove curo alla perfezione ogni dettaglio, trasportare esattamente dalla mia mente alla pagina web quello che voglio scrivere.

Per non parlare del posto di lavoro, li do il meglio di me e come faceva lui in campo so essere un vero rompipalle se qualcuno lavora male: Citando il #8/24 dei Lakers "Essere un leader non vuol dire dare pacche sulla spalla e cantare Koumbaya, vuol dire saper trascinare un gruppo e portare tutti al tuo livello. A costo di farsi odiare". Un team lavorativo è come una squadra: se tutti svolgono il proprio lavoro in maniera corretta ed efficiente, tutto va come dovrebbe andare. Ma a differenza di chi punta al titolo come campione, non sempre sul lavoro va così.
Come spesso tendo a dire nella vita di tutti i giorni, sono solo l'ultimo degli stronzi rispetto a persone carismatiche di questo livello, come il futuro Hall of famer del 2020. Ma gli devo tanto, proiettando tante esperienze personali anche sportive nel mondo che mi circonda.
Per esempio a lavoro, di recente. Purtroppo non è stato rinnovato il contratto ad una ragazza determinata ed ambiziosa. Parlando con lei avevo già capito tutto: Non solo ci teneva ad una conferma; ma di come lavorare in un negozio era per lei un sogno, un traguardo (visto il periodo sicuramente non facile non solo per la sua generazione, ma per tutti). Quando mi han detto che, l'ultimo giorno era in lacrime, ho ripensato a quella maledetta ultima partita del mio primo anno nella squadra locale nel 1997/1998: Eravamo in pochi ma speravo di giocare e di dare il mio piccolo contributo. Niente. M.C. Non entrato e partita persa.
In spogliatoio, come questa ragazza nella sua situazione, ero in lacrime. Non per la partita persa, ma perché l'allenatore non ha creduto in me. So cos'ha provato.

Quand'era passata a salutarmi a fine giornata mentre lavoravo sentivo che dovevo incoraggiarla, perché anche se per vie traverse ci sono passato anche io e so come ci si sente. Continuerò gradualmente a sostenerla, anche nella scrittura, sua grande passione.  Prima di sentirsi un leader o comunque un trascinatore, c'e l'amico. L'essere umano che vive d'emozioni ed empatia.
Più o meno la stessa cura e gli stessi consigli che il Black Mamba donava e insegnava a sua figlia Gianna, scomparsa anche lei nell'incidente aereo.

Non devo dire grazie solo a Kobe, ma ad una favolosa "combo" che ho creato nel corso degli anni e che mi ha aiutato ad avere una consapevolezza dei miei mezzi e soprattutto dei miei limiti (spero d'essere anche qui d'aiuto, a modo mio): 

Come spiegato in questo post, la Mamba mentality da lui tramandata si caratterizza in questi cinque punti: 

1) Alla base di tutto ci dev'essere per forza la passione
2) Ossessione e la cura per i dettagli
3) Per vincere bisogna essere "Relentless": Competitivi a qualsiasi costo
4) Resilienza, resistenza alle avversità
5) Superare le proprie paure.


Ho associato questi cinque punti ad un consiglio, una pratica che mi aveva insegnato mia madre quando ero bambino per affrontare la paura delle punture per via delle flebo. Ovvero l'esperienza mentale sintetica: Praticamente visualizzare nella propria mente determinate azioni in maniera perfetta e positiva. Che sia l'esame per la patente, una partita di basket... (con la maturità, mamma, non ha funzionato). Una specie di realtà virtuale presente nella mente dove tutto va a buon fine secondo i nostri piani. 
Il risultato, a mio dire, ha sempre dato i suoi frutti salvo ovviamente un caso. 
Gli stessi post che scrivo, per tre quarti delle volte, li ho già scritti in questo "monitor immaginario" e devo solo ricopiarli.

A livello umano sono e sarò sempre grato a questa persona e questi valori che ho saputo e continuerò a mettere in pratica. A quest'uomo americano dall'accento romagnolo durante le sue interviste in italiano.



Per quanto riguarda lo sport in generale, probabilmente gli devo tutto, forse troppo:

Innanzitutto non solo l'amore per la pallacanestro, ma per tutti gli sport. E' risaputo di come, durante le varie olimpiadi a cui partecipava con la maglia del Dream Team, lui andava a vedere gli altri sport proprio per capire e inserire varie tecniche nel suo stile di gioco. Un perfezionista.
Come scritto in vecchi post, ho praticato vari sport, dal calcio al nuoto. Ora sono tutt'uno con la Mountain bike. Ma tutto, se visto in un'altra ottica può essere d'aiuto per migliorare ulteriormente le proprie prestazioni fisiche e rendere al meglio.
Niente barriere che dividono la diversità e la forma di una palla o di un campo, ma trovare qualcosa di nuovo che riesce ad affascinarti e farti dire "perché no, potrei provare a cimentarmi in qualcosa di nuovo". Anche se le mie ricerche sportive recenti, sono sport poco conosciuti o per molti usciti da chissà quale universo parallelo.
In cuor mio però c'e solo uno sport che tutt'ora è capace di farmi dire "ok, indosso di nuovo le mie Adidas EQT elevation (le Crazy '97. Per chi non mastica la pallacanestro la replica di quelle che indossava durante la gara delle schiacciate vinta nel 1997) e mi rimetto in gioco". (Amici friulani siete avvisati: se vi manca un giocatore fatemelo sapere, anche se sono incredibilmente fuori allenamento e il "91" non è più il numero di Rodman, ma il mio peso).

Perché Kobe era ed è anche questo e quelli come me lo sanno.

Capace di andare avanti. E dovremmo prendere esempio anche noi suoi tifosi, di questa caratteristica. Forse col magone, ma pronti ad affrontare nuove sfide. Come il passaggio dal Kobe schiacciatore al letale Black Mamba, sotto la guida di un certo "Coach Zen" noto ai molti.

Il giorno del tuo ritiro suonavo in un locale. Ricordo ancora che avevo anticipato "Wind of changes" degli Scorpions come un vento di cambiamenti per il mondo dello sport.
Posso renderti omaggio in mille modi, dalla tua "Dear Basketball" che a distanza di anni continua a farmi commuovere, allo spot "The conductor" della Nike che avevi girato proprio in quel periodo per l'addio al basket.

Preferisco farlo così, con una foto di quella che effettivamente è stata l'ultima volta che ho suonato dal vivo con un gruppo durante il tuo ritiro (a prescindere dal fuso orario).
E il pensiero che durante la notte del tragico incidente avvenuto domenica 26 Gennaio, ero al Carnera a vedere il nostro amato basket. Assistere ad una partita che mi ha fatto letteralmente innamorare di Artur Strautins, nuovo acquisto della mia APU Udine. Una vittoria incredibile contro Ravenna, la prima in classifica. Innamorarmi per l'ennesima volta di quella palla a spicchi che ci ha mandato la testa in casino più di una volta.

Rimettendomi al lavoro, perché il giorno è fatto di 24 ore. E come mi hai insegnato tu, nessuna di queste va sprecata, ma portata a livelli irripetibili.

Foto di repertorio: Anno 2016











lunedì 20 gennaio 2020

La forza dell'ornitorinco.





Poco tempo fa avevo letto "La vita fino a te", di Matteo Bussola. Libro che consiglio praticamente a tutti quanti, anche per disintossicarsi di quell'egocentrismo che spesso la società ci rende vittime e imparando cosa vuol dire essere altruisti e saper apprezzare le piccole cose che la vita quotidianamente ci regala. 

Tra i tanti capitoli, uno su tutti (anche se per vie diverse rispetto al tema di questo post) mi è rimasto impresso. Si tratta de "le ali dell'ornitorinco". Il brano in questione ha tutt'altro a che vedere su ciò che voglio scrivere, anche se in parte la confusione mentale è la stessa, citando il libro:<<Il mondo le diceva: guarda che sei un'anatra, mentre lei si sentiva un castoro". La chiamava "la sindrome dell'ornitorinco">>.
Questa "sindrome", chiamiamola così, l'ho vissuta i giorni scorsi per via di due lutti che sicuramente mi hanno cambiato. La perdita di mia nonna, che per me era praticamente una seconda madre, mentre tre giorni dopo la sua scomparsa, quella di un caro amico . 
Due notizie terribili nel giro di pochi giorni e come spesso accade lo shock è stato talmente forte che mi son ritrovato circondato da domande e aspettative. Soprattutto su me stesso e la vita. Dal "Chi sono?" al "cosa faccio, adesso? Cosa potevo fare?" (un po' in stile ornitorinco...sono un mammifero e depongo le uova? il più classico dei "What a fuck!"). 
Questo post in parte vuole essere d'aiuto verso chi fa fatica a rialzarsi dalle cadute, sperando di donare esempio e conforto -o al massimo, se sono amici della zona suonare il campanello e dirmi "oh, ti va una birretta? Ho bisogno di parlare". 

Me ne rendo conto, rialzarsi in certi casi è una botta pazzesca. Nulla è stato scritto e di conseguenza i vari progetti vanno letteralmente a farsi fottere. Come dei fogli di brutta copia accartocciati e finiti nel cestino per via di un senso d'insoddisfazione.
Tutto all'improvviso sembra una merda, perfino le bellezze della natura stessa. Pure una farfalla che si posa su un fiore può risultare tale. 


Eppure in questi giorni a chi mi chiede "come stai?" rispondo con un "Huevos grandes (per affrontare tutto, sottointeso)", perché il sorriso nonostante tutto non mi manca. Tanto meno la forza per spostare bancali a lavoro o leggere libri. 
Siamo tutti diversi gli uni dagli altri, è vero. Ma forse anche se in piccole percentuali ciò che accomuna tutti noi è la voglia di reagire. Per noi stessi, per le care persone che non ci sono più e per la vita stessa che obbiettivamente ci mette alla prova. Dove la trovo questa forza? Semplicemente esperienza. Una pellaccia dura fatta di sconfitte e perdite. Di delusioni e lacrime mi hanno portato ad essere una persona determinata, costante e ambiziosa. 
Mi vengono in mente alcune strofe di "Country Boy" dei Tre allegri ragazzi morti: 

"Va tutto bene / non ti devi preoccupare non per me 
Mi sono fatto male / ma ho imparato come si fa / occhi sorridenti
una pulita alle braghe (...) 
(...)Va tutto bene / spero davvero anche per te / il tempo è dei peggiori
anche per fingere / impara a cadere presto / perché presto succederà
e intanto ridere delle cose / che qualche volta ti servirà."
 


Di mia nonna mi rasserena sicuramente il fatto che ha passato una vita in salute, morendo di vecchiaia a 88 anni. A differenza mia l'ospedale l'ha visto solo due volte. Di lei ho la stessa tempra e tenacia (oltre ad una R grattata nel parlato e uno sguardo capace a incenerire le persone, se si comportano in maniera scorretta o irrispettosa). Il piccolo extra è l'orologio di mio nonno, suo marito, che puntualmente tengo in tasca quasi sempre e che stringo nei momenti di difficoltà. Lo voleva gli ultimi giorni d'ospedale, consapevole che ormai era arrivata la sua ora e voleva vicino qualcosa riguardante mio nonno. Quella sera in ospedale l'orologio arrivò nelle mie mani tramite mio padre. "Ora è tuo, rendili fieri". 
Un rendere fieri che si allarga non solo a loro ma al mio amico che non c'è più. Che quando finiva le superiori e rientrava a casa con la corriera, vista la differenza d'età, mi bussava alla porta e chiedeva in prestito alcuni album di musica. Amico di grosse risate e momenti surreali da far invidia a quei quattro spannati di Jackass. Amico che purtroppo non si è mai confidato con nessuno per una malattia che lo tormentava e che gli ha fatto prendere una decisione che ha shockato l'intera comunità, per quanto era amato e ben voluto. 

Rendili fieri. Perché tutto si può dire di queste persone, nel bene e nel male. Ma i loro sorrisi stampati nella mia mente sono quella forza extra che mi fanno andare avanti e che mi spingono a riprendere a scrivere e sicuramente anche a suonare, nonostante le tempistiche non sono poi così favorevoli. Una determinazione nuova in me presente, che mi porta ad essere più maturo e uomo rispetto a quello che ero fino ad un paio di giorni. Appunto, la forza dell'ornitorinco, non sindrome. Che forse non sa ancora che cos'è, ma in cuor suo va avanti per la sua strada. Un po' di qua un po' di la. 
Suonerò? Scriverò? Giocherò con i lego per creare qualcosa di colorato per abbellire a livello estetico una parte della casa? 

Per quanto riguarda la scrittura questo primo post del 2020 è un modo per "sbloccarmi", una Version 2.0 del sottoscritto dove, nel corso dei giorni passati, ho pensato che se devo portarlo avanti, sto blog, lo farò secondo alcune nuove regole. Farlo per me stesso se ho qualcosa da dire, come sto già facendo. 
Leggendo si i vostri commenti ma senza rispondere (non per maleducazione, sia chiaro...qua potete scrivere sempre quello che volete, siamo in un paese libero. Ma sto cercando di disintossicarmi dalle notifiche che ci rendono schiavi dei monitor). Magari col tempo m'addolcirò ritornando ad essere mansueto come voleva mia nonna e come son sempre stato, ne sono certo. 

Intanto questa attitudine, è ben descritta da Doro Gjat:
"E siamo a posto, più l'Italia m'ignora e più mi rinforzo
Più la scena è vicina più mi discosto
resto vero restando fermo sul posto.
(...)
E lo direte che ero ossivo per i vostri complimenti 
e parimenti mi azzittivo, perché schivo sia le view, i like e i commenti
e piuttosto di piacere, io scelgo di piacermi"


Perché alla fine, nonostante tutto, sono cambiamenti, e come tali bisogna saperli affrontare. Me lo son ripetuto durante il viaggio in macchina da casa all'ospedale per andare da mia nonna quell'ultima volta, nella notte di Mercoledì. Il tutto in maniera cantata, per quanto riesco a sorridere e togliendo la maschera che per forza di cose devo indossare.
La canzone è Changes, dei Black Sabbath. E descrive per filo e per segno ciò che provo da quella dannata sera. Quella straziante voce di Ozzy Osbourne che canta, nel ritornello 

"I'm going through changes" (Sto attraversando dei cambiamenti). 







Citando Jeff Bridges nel film "Starman": "Vuole sapere qual'è la cosa più bella che trovo in voi (terrestri)? Date il meglio di voi stessi nelle situazioni peggiori."